È sufficiente il suo nome – “DRESS”(Development of a Responsive Emotive Sensing System) – per dare un indizio circa il ruolo del dispositivo sviluppato dai ricercatori di New York University, Arizona State University e Boston's MGH Institute of Health Professions: l’obiettivo – tanto semplice quanto geniale – è infatti quello di dotare un semplice comò di dispositivi robotici capaci di agevolare le persone affette da demenza senile in uno dei momenti tipici della routine quotidiana, il vestirsi.

Attraverso l’utilizzo di sensori, fotocamere, display e robuste braccia meccaniche, DRESS rappresenta così uno tra i più innovativi e singolari strumenti creati in aiuto ai malati di Alzheimer ed altre forme di demenza. Se da un lato la tecnologia ci consente di fare enormi passi avanti nell’ambito della cura di tale patologia, a preoccuparsi dell’altra faccia della medaglia - quella della prevenzione – ci hanno invece pensato gli studiosi dell’University College London e dell’Università di Southampton che, capitanati dall’esperta Amy Gimson, hanno per primi ipotizzato una correlazione tra ansia in età matura e demenza negli over 65.

Dal disturbo psicologico a quello cerebrale

Il declino cognitivo causato dalla demenza – che nella maggior parte dei casi si traduce in una forma di Alzheimer – compare generalmente dopo i sessant’anni e nel tempo si è tristemente guadagnato un posto d’onore nelle statistiche patologiche mondiali: dal 2013 ad oggi negli Stati Uniti si sono infatti contati circa 5 milioni di americani affetti dal morbo di Alzheimer, mentre gli studi più recenti prospettano che nel 2050 si raggiungerà quota 14 milioni.

Cercando di comprendere se l’ansia rappresentasse un precursore o un fattore di rischio per tale decadimento cerebrale, Gimson e collaboratori hanno optato per la seconda ipotesi escludendo che disturbi come fobia sociale, Disturbo d’Ansia Generalizzato e Disturbo di Panico Cronico possano essere catalogati come sintomi determinanti della demenza.

Nonostante per ora non sia stata in grado di rintracciare un collegamento diretto tra le due variabili in gioco, la ricerca condotta su circa 30.000 partecipanti tra i 30 e i 65 anni ha ipotizzato che lo stress dovuto all’ansia sia responsabile di un più rapido invecchiamento neuronale, provocando così un cambiamento degenerativo nel sistema nervoso centrale che renderebbe l’individuo maggiormente vulnerabile all’insorgere della demenza.

Il fantasma della fobia sociale

Tra i disturbi che secondo i ricercatori inglesi correlano maggiormente con la demenza, spicca la fobia sociale: essa coincide con la paura di agire di fronte ad un pubblico (esiguo o considerevole che sia), l’ossessiva ansia di essere fuori posto, di comportarsi in modo sbagliato e di conseguenza di essere giudicati negativamente, colpevolizzati o addirittura umiliati.

Sebbene non così facilmente distinguibile da semplice timidezza o introversione nelle sue forme più lievi, tale disturbo sociale si rivela alquanto significativo tra la popolazione (in particolare quella femminile): negli U.S.A. una prevalenza annuale del disturbo colpisce il 7% degli adulti, mentre in Europa la percentuale scende intorno al 3%.

Indipendentemente dalle differenze socio-demografiche e culturali i sintomi dell’ansia sociale maggiormente percepiti e riportati da coloro che ne sono affetti sono i medesimi: si tratta infatti di palpitazioni (79%), tremori (75%), forte sudorazione (74%), tensione muscolare (64%), nausea (63%), secchezza delle fauci (61%), vampate di calore (57%), incontrollabili arrossamenti (51%) ed infine mal di testa (46%).

Dovuta in alcuni casi al trauma di un’esperienza umiliante passata o piuttosto legata ad un esordio graduale durante l’età adolescenziale, la fobia sociale se non curata a dovere può acquistare una cronicità patologica dando così vita a disturbi più gravi, tra cui la depressione.

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