Prima di diventare il cannibale che oggi domina il ciclismo mondiale, Tadej Pogačar era un ragazzo dall'aspetto innocuo, che non dava assolutamente l'impressione di essere un predestinato. A tracciare un ritratto inedito dello sloveno ai tempi delle categorie giovanili è Viktor Verschaeve, ex corridore belga della Lotto che, dopo una promettente carriera tra gli Under 23, ha dovuto appendere la bici al chiodo prematuramente.
Intervistato dai microfoni di WielerRevue, Verschaeve ha ricordato le sue prime sfide contro il fuoriclasse sloveno, rivelando dettagli sorprendenti su come appariva e correva Pogačar prima di esplodere a livello globale.
«Grasso infantile e poco allenamento»
L'esplosione di Pogačar avvenne nel 2018 con la vittoria al Tour de l'Avenir davanti a Thymen Arensman e al compianto Gino Mäder. Eppure, in quella stessa stagione, lo sloveno chiuse "solo" al settimo posto il Mondiale U23 di Innsbruck (vinto da Marc Hirschi davanti a Bjorg Lambrecht e Jaakko Hänninen). Un risultato che dimostra come, all'epoca, non fosse ancora un corridore imbattibile su tutti i fronti.
"A prima vista, non avresti mai detto che sarebbe diventato il miglior corridore del mondo. Non sembrava nemmeno un corridore: aveva una corporatura magra, ma con ancora addosso uno strato di grasso infantile. Ad essere onesto, non credo che si allenasse molto duramente all'epoca e non era così ossessionato dalla carriera come lo eravamo noi.
Questo spiega anche perché non fosse così dominante nelle corse di un giorno, competizioni che si possono preparare molto bene con l'allenamento specifico" ha raccontato Verschaeve.
La forza nel recupero: il segnale alla Corsa della Pace
Se nelle gare di un giorno il giovane Tadej faticava a fare la differenza contro avversari più strutturati o meglio preparati sulle brevi distanze, nelle corse a tappe la musica cambiava radicalmente con il passare dei giorni.
"Era particolarmente forte nelle gare a tappe. Ho corso con lui la Corsa della Pace in quel 2018 e quella fu una delle prime manifestazioni del suo enorme talento. Ricordo soprattutto la terza tappa: Pogačar restò davanti a tirare il gruppo per tutta la giornata, mentre nei primi giorni non si era notato particolarmente. Questo dimostrava che era più duro degli altri e che recuperava molto meglio. Quando eravamo tutti freschi alla partenza non impressionava, ma quando la fatica accumulata piegava gli altri, lui usciva sulla distanza."
Un'attitudine al recupero straordinaria che avrebbe poi rappresentato la spina dorsale dei suoi trionfi nei Grandi Giri. Quello che per i suoi colleghi U23 era solo un compagno di gruppo come tanti altri, stava semplicemente ponendo le basi per diventare il fenomeno che oggi tutti conosciamo.