Il debutto di Mike McCarthy sulla panchina degli Steelers, avvenuto domenica all’Acrisure Stadium contro gli Atlanta Falcons, si è concluso con una vittoria, ma ha anche sollevato una serie di interrogativi e una lettura critica. Nonostante il successo, Pittsburgh non ha dato l’impressione di aver compiuto una vera e propria rottura con l’era precedente di Mike Tomlin. La squadra ha edificato il proprio risultato principalmente attraverso la solidità della difesa, l’efficacia degli special team e la capacità di recuperare palloni nei momenti cruciali, piuttosto che affidandosi a un attacco rinnovato, come l’arrivo di McCarthy e la riunione con Aaron Rodgers avrebbero potuto far presagire.
Il contesto in cui si è svolta la partita rende il giudizio ancora più incisivo. McCarthy, originario del quartiere di Greenfield a Pittsburgh, ha visto il suo legame con la città essere uno degli elementi più enfatizzati al momento della sua nomina. Tuttavia, la gara contro Atlanta, che ha schierato il terzo quarterback Cooper Rush e che, in caso di sua sostituzione, avrebbe visto in campo il rookie Jack Strand, non ha dissipato i dubbi. Questa situazione, secondo le analisi emerse dopo l’incontro, avrebbe dovuto favorire una prestazione offensiva più convincente da parte degli Steelers.
Un successo che richiama il passato
La marcata somiglianza con le formazioni guidate da Tomlin è stata il fulcro dell’analisi post-partita.
Gli Steelers sono apparsi robusti in difesa, con un impianto tattico giudicato più efficace grazie all’apporto di Patrick Graham. L’attacco, tuttavia, non ha mostrato quel salto di qualità che era atteso. Il riferimento più severo riguarda proprio il dato offensivo: Pittsburgh ha totalizzato solamente 13 punti, mentre la difesa ha saputo capitalizzare un turnover trasformandolo immediatamente in punti. Per questa ragione, la vittoria non è stata interpretata come il segnale di una nuova identità per la squadra, bensì come la prosecuzione di un modello di gioco già ampiamente conosciuto e consolidato.
Rodgers e l’equilibrio offensivo: i nodi aperti
Le critiche più aspre si sono concentrate su Aaron Rodgers.
Il quarterback, che a 42 anni è alla sua seconda stagione con gli Steelers ed è tornato anche in virtù del suo precedente rapporto con McCarthy, è stato descritto come poco mobile e in evidente difficoltà non appena sottoposto a pressione. La sua performance è stata giudicata non ideale, specialmente considerando una linea offensiva che si è dimostrata poco affidabile. Nonostante Pittsburgh abbia scelto di mantenere quattro quarterback a roster, incluso Rodgers, la sfida principale rimane l’adattamento del sistema di gioco alle sue specifiche caratteristiche.
Un altro aspetto critico riguarda l’equilibrio offensivo della squadra. Nel primo tempo, Rodgers ha effettuato ben 26 lanci, mentre gli Steelers hanno corso il pallone solo 21 volte nell’intera durata della partita, evidenziando una potenziale disproporzione nelle scelte tattiche offensive.