La routine al servizio di Alexander Zverev è diventata un elemento centrale di discussione durante la finale dello US Open, che lo ha visto trionfare su Ben Shelton con il punteggio di 6-3, 7-6(2), 5-7, 6-2. L'attenzione si è focalizzata in particolare sui numerosi rimbalzi della pallina prima della battuta, spesso superiori a venti, e sull'impatto che questa pratica ha sul ribattitore dall'altra parte della rete.
Il disagio del ribattitore e il ritmo di gioco
In diverse occasioni, Ben Shelton non si è posizionato immediatamente per la risposta, attendendo che Zverev fosse già avanzato nella sua sequenza pre-servizio.
Lo statunitense ha chiarito la sua scelta, spiegando: «Non c’è un atleta al mondo che si guarda mentre fa la sua cosa e che resta in posizione pronta per 30 secondi prima che inizi l’azione. Non resterò lì in posizione pronta, con le ginocchia piegate e tensione nel corpo per 30 secondi mentre aspetto».
Durante l'incontro, il giudice di sedia ha richiamato Shelton, invitandolo ad avvicinarsi prima alla linea di battuta. Il giocatore ha espresso il suo disaccordo con tale richiamo: «Prometto che non ci sarà mai un momento in cui lui serve e io non sono pronto. Ma non dovrei dover stare sulla linea: se lui fa rimbalzare la palla 20 o 25 volte, non dovrei semplicemente restare lì per quello».
La questione regolamentare e lo spettacolo
Il punto cruciale sollevato da Shelton riguarda principalmente il tempo tra la prima e la seconda di servizio. Mentre per la prima palla esiste un cronometro ufficiale, la seconda deve essere colpita «senza ritardo», una formulazione che lascia ampio margine di interpretazione. «Penso che dovrebbe esserci una qualche regola», ha dichiarato Shelton, suggerendo: «Non so esattamente come si potrebbe fare, limitando il tempo sulla seconda di servizio. Non dovresti avere tempo illimitato».
Lo statunitense ha ampliato la discussione all'impatto sul ritmo dello spettacolo e sull'esperienza dei tifosi: «Per il nostro sport, per i tifosi, penso sia dura restare seduti così a lungo ad aspettare la prossima giocata, la prossima azione».
Ha tuttavia specificato di non voler attribuire la sconfitta o la propria stanchezza alla routine di Zverev, affermando: «So che tutti vogliono che questa sia la storia». E ha aggiunto: «Non direi che la mia stanchezza avesse a che fare con lo stare lì ad aspettare».
Le reazioni nel circuito
Nel dibattito successivo alla finale, anche Karen Khachanov ha espresso il suo disappunto, affermando che la routine di Zverev «non dà fastidio solo a me, ma mette a disagio molti giocatori».