Una videoconferenza in cui erano collegati i ministri Stefano Patuanelli (Sviluppo Economico), Nunzia Catalfo (Lavoro) e Roberto Gualtieri (Economia), l'amministratore delegato di Arcelor Mittal Lucia Morselli e le rappresentanze dei sindacati.

Si è svolto così, ormai in epoca di Coronavirus, l'ennesimo vertice per fronteggiare la crisi senza fine dell'acciaieria tarantina. Ma se le modalità di comunicazione cambiano, le tematiche trattate restano le stesse dei mesi precedenti.

"Vogliamo onorare gli impegni presi, presenteremo un piano industriale entro dieci giorni" ha affermato Lucia Morselli, cui Gualtieri ha risposto che si tratta di un margine di tempo un tempo ragionevole.

Si riassume in questo scambio di battute l'incontro a distanza di ieri, che di fatto proroga ulteriormente, seppur a stretto giro, la risoluzione delle problematiche emerse.

Cosa prevedeva l'accordo del 4 marzo

Lo scorso 4 marzo era stato firmato a Milano un accordo che metteva fine al contenzioso legale tra lo Stato e la multinazionale franco-indiana dell'acciaio; tra gli impegni assunti da Arcelor Mittal in tale occasione vi erano quelli di impiegare 10.700 operai entro il 2025, di de-carbonizzare gradualmente l'acciaieria introducendo il forno elettrico e di riportare la produzione a livelli ottimali (8 milioni di tonnellate annue).

Lo Stato italiano, inoltre, stabiliva nella cifra di 500 milioni di euro la penale dovuta dall'azienda in caso di recesso anticipato dal contratto di affitto dell'acciaieria tarantina.

La presentazione di un piano industriale da parte della multinazionale era stata rinviata ai mesi successivi, mentre a Maggio era prevista una prima assunzione di ulteriori lavoratori.

L'ennesima battuta d'arresto

L'emergenza causata dalla diffusione del Coronavirus ha peggiorato la situazione, già critica, dello stabilimento siderurgico; la crisi del mercato dell'acciaio ha fatto crollare la produzione ai minimi storici, causando, assieme alle esigenze di sicurezza dettate dalla pandemia in corso, il ricorso massiccio alla cassa integrazione e lo spegnimento dell'Altoforno 02.

Arcelor Mittal chiude così il primo trimestre dell'anno in corso con una perdita di 1,1 miliardi di dollari e non paga l'ultima rata trimestrale del canone d'affitto dello stabilimento, sebbene dimezzata rispetto alla cifra iniziale.

La multinazionale arranca e con l'ingresso del Paese nella Fase 2 dell'epidemia promette la ripartenza di alcuni impianti e il rientro di oltre 600 lavoratori; tuttavia, anche queste promesse restano vane e il 14 maggio Arcelor Mittal, oltre a non richiamare la forza lavoro annunciata, decide la cassa integrazione per oltre mille addetti, comunicandola oltretutto in tarda serata, cosicchè molti operai, giunti la mattina successiva per il primo turno di lavoro, hanno visto il proprio badge disattivato senza aver ricevuto alcuna spiegazione.

I sindacati temono 'tensioni sociali incontrollabili'

A questo punto si apre una nuova inevitabile crisi: Fiom, Fim, Uilm e Usb ritengono "inaccettabili le modalità e le scelte dell'azienda", affermando che esse "celano una strategia già definita" e invocano urgentemente un incontro risolutivo con il Governo.

Lo scorso 22 maggio gli operai hanno protestato davanti alla Prefettura di Taranto, attenendosi alla distanza di sicurezza prevista dalle normative anti-Covid e indossando la mascherina protettiva, mentre nella giornata di ieri uno sciopero di 8 ore ha coinvolto i lavoratori tarantini e quelli degli stabilimenti presenti a Genova e Novi Ligure, in cui la sospensione delle ore lavorative è durata 4 ore.

La nuova proroga chiesta da Arcelor Mittal provoca sconcerto nei sindacati; Francesca Re David (Fiom) parla di "quadro inaccettabile" fatto di "instabilità e nessuna prospettiva futura" e afferma che "non saranno accettati licenziamenti", mentre per Rocco Palombella (Uilm) "c'è rischio di tensioni sociali incontrollabili", inoltre "la realtà è ben diversa da quella che ci viene rappresentata". In buona sostanza i sindacati, pur ammettendo le difficoltà causate dall'emergenza sanitaria in atto, non ritengono che esse siano sufficienti a causare una nuova battuta d'arresto.

Il governo, tuttavia, sembra ancora una volta dar credito alle motivazioni addotte della multinazionale, ritenute comprensibili alla luce della situazione di difficoltà generale causata dalla pandemia, e sostiene che "ci siano ancora le condizioni per proseguire con il piano industriale previsto dall'accordo dello scorso 4 marzo", affermando altresì la sua "disponibilità a intervenire direttamente per rafforzare lo stabilimento"(Patuanelli).

Accettando la proroga chiesta da Morselli per la presentazione del piano industriale, ritenuto giustamente imprescindibile per la prosecuzione dei rapporti lavorativi, l'appuntamento decisivo è rinviato ai primi di giugno, data in cui si spera di apprendere, se non altro, le reali intenzioni dell'azienda franco-indiana.

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