Il 9 gennaio, giorno dell'attacco alla redazione del Charlie Hebdo, Mark Zuckerberg fondatore di Facebook, pubblicò un post col suo personale "Je suis Charlie" ed in cui esprimeva la sua presa di posizione a favore della libertà di stampa e di opinione. Ci avrebbe sorpreso il contrario visto che, come lui stesso ha scritto in un lungo post, "Facebook è sempre stato un luogo in cui le persone di tutto il mondo possono condividere le loro opinioni e le loro idee. Non permetteremo che un Paese o un gruppo di persone possa dettare legge su ciò che le persone possono o non possono condividere.

Non lascerò che accada su Facebook. Mi sono impegnato ad offrire un servizio dove si possa parlare liberamente senza timore di violenza". Suona bene, suona giusto.

Tre settimane dopo, Facebook è stato però costretto a censurare alcune immagini di Maometto in Turchia, tra cui le vignette che hanno scatenato l'attentato a Charlie Hebdo. Il governo turco ha intimato al social network di bloccare pagine dai contenuti ritenuti offensivi per la religione musulmana e così, alla fine, l'ha fatto. Se Facebook non avesse soddisfatto le richieste di censurare le pagine che insultavano Maometto, secondo il tribunale di Ankara, la Turchia avrebbe bloccato completamente l'accesso al sito.

Nello stesso post del 9 gennaio Zuckerberg ha ricordato la fatwa emessa contro di lui con minacce di morte dal Pakistan perché Facebook si rifiutava di rimuovere contenuti su Maometto considerati offensivi.

Secondo quanto riferisce la BBC, è stato bloccato un numero non specificato di pagine che "offendono il profeta Maometto" dopo che Facebook ha ricevuto un'ingiunzione da parte di un tribunale di Ankara. In base al rapporto di Facebook relativo ai primi sei mesi del 2014, la Turchia ha chiesto di censurare 1893 post mentre l'India avrebbe richiesto di censurare 4000 post.

Facebook non è Charlie Hebdo, non può esserlo, non può difendere del tutto la libertà di espressione: se lo facesse entrerebbe in rotta di collisione con i suoi affari, con la sua natura di azienda quotata in borsa. La richiesta di censure politiche non è una novità per Facebook: ricordiamo la pagina dell'oppositore di Putin Alexei Navalny cancellata lo scorso dicembre su richiesta del governo russo e le pagine oscurate dei dissidenti in Siria e Cina.

La vittima di censura che fa più rabbia ricordare è Molly Norris, vignettista che lavorava per Seattle Weekly nel 2010 e autrice del cartone animato South Park che aveva rappresentato Maometto: i fondamentalisti si accanirono su di lei, emisero una fatwa contro di lei dichiarandola colpevole di blasfemia fino a minacciarla di morte. Finché non fu costretta a morire in senso civile per evitare la morte fisica: per questioni di protezione ha dovuto cambiare nome, lavoro, vita e di lei non si sa più nulla.

Da parte sua, Francois Hollande paradossalmente sta preparando una legge secondo cui social media come Facebook e Google verranno ritenuti 'complici' dei contenuti che ospitano, ovvero complici di pubblicazione di materiale estremista nel caso accettassero di pubblicarla e non la censurassero.

Complici che pagherebbero con sanzioni se non dimostrassero responsabilità. Hollande con questa proposta non si discosta molto dalle misure anti-crittografia di Cameron. Torna la questione sempre più difficile della libertà d'espressione, che conta poco se viene intaccata la privacy.