Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, la fiducia in Facebook, da parte del popolo dei social, si è deteriorata per timore di un uso improprio di informazioni e dati personali da parte di terzi. Ma in realtà siamo noi a decidere di postare dati sensibili, foto, dettagli privati della nostra vita e solo quando qualcuno se ne impossessa ci rendiamo conto di quanto siamo stati incauti. Lo shock procurato dal furto dei dati di Facebook ha messo in dubbio la sicurezza degli utenti, e il famoso social non è l'unico a essere interessato dalla violazione di dati. Tutti i grandi network, tra cui Google e Amazon, oltre a tutte le aziende online che si occupano di vendite, sono immensi serbatoi di dati personali, tra cui carte di credito, indirizzi, password.

Facebook è la più appetibile perché non solo "assorbe" dati personali ma mostra una panoramica a volte completa della vita degli iscritti. Foto, selfie, like e semplici opinioni, la dicono lunga sul pensiero dell'utente, sul suo contesto sociale e sul suo pensiero politico: sono elementi che fanno gola a molte società che lavorano per creare una pubblicità "ad personam".

Siamo noi a condividere

Ma il profilo completo che emerge da Facebook è opera nostra. Sul social cediamo e concediamo mentre solitamente conserviamo gelosamente password e numeri di carte di credito. Abbiamo timore di farci "rubare" le password ed evitiamo spesso di fare transazioni mediante WiFi pubblico; alcuni di noi evitano anche di pagare tramite smartphone per paura che i dati sensibili vengano trafugati.

Siamo meno preparati nei confronti di pishing, di navigazione privata o autenticazione multifattoriale, e questo vale sia per gli utenti giovani che per quelli over 65. L'accesso a Facebook è estremamente facile, è necessario avere un indirizzo e-mail convalidato e indicare un nominativo, collegato poi ad un nickname non necessariamente corrispondente al proprio nome.

Poi si inizia a condividere aspetti della vita con un pubblico che diventa ogni giorno più numeroso. Così tutti sono al corrente della data del nostro compleanno, degli articoli che condividiamo, delle serate che passiamo con gli amici e di chi siano questi nostri amici. Poi con i "tag" o con il pulsante "mi piace" semplifichiamo e velocizziamo la nostra comunicazione, contattando e commentando in un secondo.

Le app, il localizzatore e la gratificazione

L'utente non si accorge, quando scarica le app di giochi o geolocalizzazione, di rivelare i propri gusti e i suoi movimenti. Facebook ha semplificato la comunicazione di opinioni e feedback; e l'integrazione con le app di gioco e di localizzazione ha ulteriormente condiviso informazioni su interessi e movimenti. Tutte queste funzioni sono state ideate per attrarre utenti coll fascino della partecipazione, che li introduce in un circolo vizioso: se altri fanno quello che facciamo noi, siamo spinti a farlo ancora di più, specialmente se l'azione è compiuta da persone che ammiriamo. In psicologia si parla di senso di appartenenza, legato alla soddisfazione, che immediatamente gratifica aree del nostro cervello.

Ecco perchè ripetiamo le stesse azioni, anzi non vediamo l'ora di rifarlo. E' il meccanismo detto "feedback della gratificazione", su cui si basano tutti i social media, che come un amo con un'esca succulenta ci offre sette differenti tipi di gratificazione che ci attirano nella rete continuamente.

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