La visione di trasformare i satelliti in veri e propri data center orbitali sta prendendo forma, passando dalla teoria alla sperimentazione concreta. La startup Satlyt ha recentemente completato un test significativo, parte di un progetto di ricerca congiunto finanziato dalla NASA e condotto in collaborazione con l’Università di Houston. L’obiettivo primario è convertire i satelliti esistenti in nodi di elaborazione dati distribuiti, capaci di gestire autonomamente l’esecuzione di compiti software, ottimizzando l’allocazione in base alla potenza di calcolo disponibile, alla connettività e alle priorità operative.
Fondata nel 2024 da Rama Afullo, professionista con esperienze pregresse in Google Cloud e SpaceX, Satlyt si distingue per un approccio innovativo: invece di costruire nuovi veicoli spaziali, l'azienda si concentra sullo sviluppo di uno strato software. Questo framework è progettato per coordinare hardware eterogeneo, creando un ambiente orbitale che replica un cloud virtualizzato. In questa prospettiva, i data center orbitali non sono strutture monolitiche, ma piuttosto reti dinamiche di satelliti in grado di condividere efficacemente i carichi di lavoro e trasmettere a Terra informazioni già elaborate, riducendo così la necessità di inviare grandi volumi di dati grezzi.
Sperimentazione del calcolo distribuito nello spazio
Il test condotto da Satlyt ha impiegato una rete simulata, composta da quattro computer, quattro utenti e otto servizi. Durante l’esperimento, un solo computer fisico, installato a bordo di un veicolo spaziale, ha eseguito il software di Satlyt, mentre gli altri nodi operavano in modalità simulata. Il sistema ha dimostrato la capacità di valutare e assegnare compiti in base alla disponibilità di risorse di calcolo e di comunicazione, inviando poi i risultati elaborati a Terra.
Sebbene questo risultato non indichi ancora una rete pienamente operativa tra molteplici satelliti fisici, esso rappresenta un passo fondamentale. Il test ha infatti confermato che il software è in grado di generare autonomamente piani di esecuzione direttamente in orbita.
Rama Afullo ha sottolineato come questo esperimento sia un tassello cruciale verso la realizzazione di satelliti capaci di condividere attivamente il lavoro computazionale. Tuttavia, la strada richiede ulteriori verifiche su aspetti critici quali i trasferimenti sicuri dei dati, il coordinamento tra veicoli spaziali reali, la gestione delle connessioni instabili e l’amministrazione dei permessi degli operatori.
Finanziamento seed e la visione del cloud spaziale
Questo progresso tecnologico si inserisce in un contesto di crescita e investimento. Il 13 ottobre 2026, Satlyt ha annunciato la chiusura di un round di finanziamento seed da 8 milioni di dollari. L’operazione è stata guidata da Non Sibi Ventures, con la partecipazione di importanti investitori come TLcom Capital, Antler, Slauson & Co., Launch Africa Ventures ed Enza Capital.
Questo capitale è destinato a sostenere lo sviluppo di una piattaforma software aperta e cross-platform, progettata per implementare intelligenza artificiale ed edge computing direttamente sui satelliti in orbita.
La strategia alla base di questa iniziativa è la risoluzione del cosiddetto downlink bottleneck, ovvero il “collo di bottiglia” causato dall’eccessiva quantità di dati grezzi che devono essere trasmessi a Terra. L’elaborazione locale dei dati – siano essi immagini, telemetrie o log di sistema – direttamente a bordo del satellite, ad esempio in caso di osservazione di un incendio, un’anomalia infrastrutturale o un oggetto in orbita, permette di ridurre drasticamente il volume di informazioni da inviare, ottimizzando l’efficienza e la rapidità di risposta.