Chi l’ha visto dal vivo o anche solo da suggestive cartoline stenterebbe a crederlo, ma il Gran Canyon, caratterizzato dal noto elevamento dell’Altopiano del Colorado e territorio pressoché semi-arido, forniva, prima del 1966, circa il 90% dei sedimenti costituenti spiagge e banchi di sabbia ora completamente scomparsi.

Quando, nel 1964, fu realizzata la diga Glen Canyon si pensò principalmente alla fonte di energia rinnovabile che se ne sarebbe ricavata; basti pensare che il bacino idrico del Lago Paowell, nato dall’innalzamento della barriera, offre elettricità a ben sette stati; ma gli anni di erosione da parte del fiume Colorado (il cui corso è stato inevitabilmente deviato) e l’abbassamento del suo letto hanno creato un impoverimento del terreno e una progressiva aridità.

Per questo il Segretario degli Interni Americani Ken Salazar ha disposto che i rubinetti della diga vengano aperti e restino tali fino a sabato 24 novembre, dando il via ad un vero e proprio progetto di ripristino dell’ambiente che si protrarrà almeno fino al 2020 e che prevede altre aperture della diga in modo periodico e calcolato.Fulcro centrale dell’iniziativa è quello di ritrovare le origini di un territorio altamente sfruttato ad uso civile; il fiume Colorado, infatti, mantiene in alcuni anni un corso così basso da non riuscire a giungere sino al mare ed è chiaro quanto rischiare di perdere una risorsa idrica che scorre per una lunghezza di più di 2000 km sia inaccettabile per gli U.S.A.

Sarà il tempo a determinare quanto i provvedimenti da qui avviati saranno utili per il ripristino di una situazione accettabile sotto ogni punto di vista, nel tentativo sia di continuare a servire un vasto bacino di utenze sia di salvaguardare uno spettacolo naturale così unico e mozzafiato come quello del Gran Canyon.

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