Era l'11 marzo 2011, quando la parte settentrionale dell'isola giapponese di Honshū, e più precisamente la regione di Tōhoku, fu devastata da un sisma e da uno tsunami che colpirono anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi. All'incubo del disastro dovuto al terremoto ed al maremoto, si unì così quello della contaminazione radioattiva.

A quattro anni precisi dal disatro, "il Giappone ha fatto dei progressi significativi. La situazione sul sito è migliorata, ma resta tuttora complicata", come riportato dal rapporto dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, che ha visitato il sito a febbraio.

I livelli di radioattività restano infatti molto elevati sia nei pressi dei reattori che nel sottosuolo e nelle acque delle falde che poi si riversano nell'Oceano Pacifico (si parla di settanta volte in più rispetto al livello normale, e di livelli di contaminazione elevati anche tra i pesci che vivono nei fondali marini circostanti). Ma il Giappone sta continuando a lavorare a ritmo serrato per procedere con la decontaminazione dell'area e per fare in modo che le persone possano tornare a vivere nella città di Fukushima e nei centri circostanti nei prossimi anni.

Per realizzare quest'opera, sono stati ingaggiati dalla società responsabile, la Tepco, ben seimila operai, che devono alternarsi nei periodi lavorativi perché l'elevato tasso di radioattività non rende ancora possibile una permanenza prolungata nella zona contaminata.

Il principale obiettivo, al momento, è quello di limitare la contaminazione delle acque e di gestire quelle già contaminate, visto che ogni giorno sono ben 350 i metri cubi che vengono a contatto con il combustibile nucleare.

Attualmente, sono addirittura 600 le tonnellate d'acqua contaminata tenute in stoccaggio, mentre il resto viene utilizzato per essere reintrodotto nel sistema di raffreddamento. Il problema, però, è che la Tepco prevede uno stock massimo di 800 tonnellate, una quantità che si esaurirà presto. Per questo, è stato messo all'opera un sistema che può decontaminare ogni giorno fino a 2000 metri cubi d'acqua, eliminando tutti gli elementi radioattivi contenuti in essa tranne il trizio, che non è possibile estrarre con le conoscenze odierne.

A fine maggio, comunque, potrebbe porsi il problema di dove mettere l'acqua radioattiva accumulata, perché a questi ritmi il deposito si esaurirà nell'arco di poco più di due mesi.

Ma la sfida più grande sarà quella del trasporto dei tre reattori che si sono fusi in occasione dell'incidente, sprigionando una sostanza magmatica estremamente radioattiva, il corio. Per ora, però, si continuerà a lavorare sull'acqua contaminata e sulle quattro piscine di raffreddamento, di cui fino ad ora solamente una è stata svuotata. Per le altre tre, l'obiettivo è quello di terminare i lavori entro il 2019.

Quanto ai reattori, quest'operazione verrà eseguita tra il 2020 ed il 2025: un intervento diretto da parte dell'uomo sarebbe una condanna a morte, dunque, per l'Agenzia Mondiale per l'Energia Nucleare, sarà necessario studiare un sistema meccanico d'estrazione mai realizzato prima d'oggi.

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