"Uè Nini è caduto un aereo. Son morti quelli del Grande Torino". 4 Maggio 1949. Siamo in una campagna della zona centro-meridionale e si lavora ancora sodo. I protagonisti sono quattro fratelli di una famiglia friulana, trapiantata in queste zone per poter dar vita alla bonifica della pianura pontina. Nini in dialetto significa "piccoletto" e viene rivolto solamente al più piccolo della famiglia in quel momento. Quel Nini si chiama Valerio: ha sette anni e sta aiutando come meglio può la sua famiglia. Lui non sa chi è il Grande Torino e ne sente parlare solamente dai grandi, da quelli che la domenica seguono il calcio con la radiolina.

Rigorosamente alle 14.30, tutte in contemporanea.

A quel tempo non c'era né il campionato spezzatino, né i posticipi della domenica sera. Valerio si chiama così in onore di Valerio Bacigalupo, estremo difensore del Toro, morto anche'egli in quella tragedia. Lui non lo sa e nemmeno immagina che a circa 70 anni dalla scomparsa di quella squadra, quel nome, insieme ad altri dieci, risuonerà nelle orecchie degli anziani e dei più giovani come fosse una preghiera. Una formazione snocciolata nome per nome, ruolo per ruolo. Per ricordare gli undici titolari che fecero impazzire il mondo intero. Che stregarono Di Stefano e altri campioni. Che rimasero nell'immaginario collettivo di un popolo, che in quel momento aveva solamente il calcio per sopravvivere alla pesantezza della vita quotidiana.

Se parlate con delle persone nate all'incirca nel 1930, quando nominerete il Grande Torino vedrete una lacrima scendere giù per le guance. Molti, se non tutti, ve la sapranno dire a memoria. Non sbagliano un nome. La ripetono come un mantra, come una filastrocca malinconica. Eppure di formazioni forti che hanno espresso del gran calcio ce ne sono state. Prendete il Milan degli olandesi o l'Inter di Corso, Mazzola e Suarez. O ancor meglio la formazione Campione del Mondo ai mondiali di Spagna. Ma per il Grande Torino la faccenda è diversa. Bagigalupo Ballarin, Maroso, Martellli, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola, all'occorrenza Ferraris II. E tutti quelli che hanno reso immortale questa squadra.

Una squadra che indipendentemente dai colori tifati, riuniva un popolo e ne reincarnava la voglia di riscatto. La ferita del conflitto mondiale era difficile da risanare, ma quella formazione ci riusciva. In un quarto d'ora decideva di raccogliere le proprie forze e spazzare via l'avversario. Decideva di far passare ai rivali un "brutto quarto d'ora", un'espressione dialettale facilmente deducibile. Era la squadra del popolo. Erano gli eroi di un popolo. Ed è giusto ricordarli ogni anno: come disse il grande Indro Montanelli, "gli eroi sono immortali agli occhi di chi crede in essi. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto andato in trasferta".