"Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono molto deluso da questo atteggiamento. Vi posso assicurare che è molto, molto più importante di quello". La frase è celebre, appartiene a Bill Shankly, leggendario allenatore del Liverpool. Sebbene sia stata pronunciata anni dopo, calza a pennello a una storia di calcio e di vita accaduta settant'anni fa, era il 16 luglio del 1950. La data passa alla storia del Brasile come il giorno del "Maracanazo", ovvero la più grande tragedia calcistica (e non solo) nella storia del paese del samba e viene rappresentata in maniera emblematica da due atleti che vissero con stati d'animo diversi ciò che accadde quel giorno allo stadio "Maracanà" di Rio de Janeiro: Obdulio Varela e Moacir Barbosa.

Il primo era il capitano dell'Uruguay, fu il trascinatore della nazionale che battendo 2-1 i brasiliani vinse il suo secondo titolo mondiale. Il secondo era il portiere del Brasile, incassò il gol della "condanna" e venne considerato da stampa e tifosi come il responsabile della sconfitta, ma ciò che non poteva sapere è che quella presunta colpa se la sarebbe trascinata come un "marchio" per tutta la vita.

Il boato del Maracanà

Quel 16 luglio del 1950, tutto sembra perfetto per celebrare il primo trionfo del Brasile in una Coppa del Mondo. Al Maracanà si gioca Brasile-Uruguay, ai posteri è stata tramandata come una finale ma in realtà la formula di quel Mondiale è unica nel suo genere: non prevede la tradizionale finale, ma un girone a cui sono state ammesse le vincitrici dei quattro raggruppamenti della prima fase.

I brasiliani, trascinati in attacco da Ademir, Chico e Zizinho, hanno segnato 13 gol nelle ultime due partite: 7-1 alla Svezia e 6-1 alla Spagna. L'Uruguay tiene il passo nel girone con molto meno clamore, la "celeste" ha pareggiato con gli spagnoli e vinto faticosamente 3-2 con gli svedesi. Sono in 200 mila allo stadio a trascinare la selecao che all'epoca giocava in maglia bianca, un boato costante, una sola anima: al Brasile basterebbe il pari per sollevare la Coppa Jules Rimet, ma l'imponente folla del Maracanà chiede un'altra goleada.

Eliminate al primo turno l'Inghilterra "maestra" del calcio e l'Italia campione del mondo in carica, non è certamente l'Uruguay a costituire un problema per Ademir e compagni.

Varela e Barbosa

Obdulio Varela, simbolo del Penarol e della nazionale uruguaiana, molto di più di un centromediano, molto più di un capitano.

Il motore della "celeste" è lui, se s'inceppa son dolori ma per fortuna dell'Uruguay va in panne molto raramente. Varela non teme nulla: squadroni, fuoriclasse e, soprattutto, non teme i 200 mila del Maracanà. Ha 32 anni il giorno in cui scende in campo nell'immenso catino carioca insieme ai suoi dieci compagni di squadra: 11 uomini contro un'intera nazione. Moacir Barbosa è il portiere del Brasile ed è un grande portiere: titolarissimo nel Vasco da Gama, ha la fama di para-rigori e ne sa qualcosa l'attaccante del River Plate Ángel Labruna che si fece ipnotizzare proprio da Barbosa consegnando praticamente la Coppa dei Campioni del Sudamerica al Bacalhau due anni prima. Una sicurezza tra i pali, almeno lo sarebbe stato fino a quel giorno.

Capitano coraggioso

Il copione della partita è quello annunciato, il Brasile attacca cercando subito di chiudere i conti, ma non riesce a far breccia nella retroguardia uruguaiana. Passano i minuti e la "celeste" di Varela tiene il campo in maniera sempre più dignitosa, tanto da rientrare negli spogliatoi con il risultato inchiodato sullo 0-0. "Los de afuera son de palo!" (Quelli là fuori non esistono) aveva detto a gran voce capitan Obdulio pochi istanti prima del calcio d'inizio, rivolto ai suoi compagni e l'Uruguay tutto sembra tranne che una squadra intimorita. A inizio ripresa, però, Ademir smarca di tacco Friaca che, con una conclusione in diagonale leggermente deviata, gonfia la rete avversaria: l'immenso stadio di Rio esplode, sugli spalti si festeggia già il titolo mondiale ed è come un secondo carnevale.

Varela chiama ancora a raccolta i suoi compagni, non è cambiato nulla: per vincere il titolo bisogna comunque vincere la partita, bisogna provarci. Ci mette del suo: prima prende il pallone e quasi lo culla tra le braccia, ritardando la ripresa del gioco. Poi protesta con l'arbitro, ha un atteggiamento irriverente che ha lo scopo principale di innervosire gli avversari e il gioco riesce in pieno. La palese tensione che si respira sul campo finisce per contagiare anche gli spalti, il tifo della torcida si attenua mentre l'Uruguay guadagna metri. Corre il 66' quando Ghiggia scatta sulla sinistra, salta Bigode e serve Schiaffino che a tu per tu con Barbosa mette la palla in rete: i 200 mila del Maracanà ammutoliscono di colpo.

Il dramma: una storia di straordinaria follia

L'Uruguay pratica un calcio tecnico e ordinato, il futbol del Brasile è sempre meno "bailado". Al 79' Perez serve ancora Alcides Ghiggia che scatta sulla destra, appostati in area ci sono tre compagni di squadra. Barbosa intuisce che l'attaccante avversario sta per crossare, si muove all'interno dell'area piccola e lascia scoperto il lato sinistro della porta. Purtroppo per lui le intenzioni di Ghiggia sono altre, il futuro attaccante di Roma e Milan mira al piccolo spazio tra palo e portiere, il pallone sibila alle spalle di Barbosa e lo stadio diventa una tomba. Il Brasile ferito si getta in avanti, la cronaca di un trionfo annunciato sta per trasformarsi in un dramma shakespeariano, ma non c'è più lucidità nei funambolici attaccanti della selecao: il match termina 2-1 per l'Uruguay che torna a sollevare la Coppa del Mondo vent'anni dopo Montevideo.

L'atmosfera al Maracanà è irreale e chiunque l'abbia vissuta assicura che non si era mai visto e mai si vedrà qualcosa del genere all'interno di uno stadio. Le cronache dell'epoca narrano di un Brasile che nell'arco di 90' si trasforma da paese del carnevale in una sorta di deserto post-atomico dove l'aria stessa è venefica e, tra suicidi e arresti cardiaci, costerà la vita a circa 90 persone. Dopo il Maracanazo, negli ultimi 70 anni, il Brasile ha vinto 5 titoli mondiali ed ha anche vissuto altre "tragedie": la sconfitta con l'Italia ai Mondiali del 1982 o l'umiliante 1-7 subito in semifinale dalla Germania nel 2014, nel secondo mondiale casalingo. Eppure niente è stato capace di chiudere quella ferita o di procurare un dolore tanto grande.

Varela, il 'senso di colpa' raccontato da Osvaldo Soriano

Obdulio Varela raggiunse quel giorno il suo apice, ottenendo l'immortalità. Moacir Barbosa il "marchio dell'infamia" che lo accompagnerà tutta la vita. Il primo giocherà in nazionale fino al 1955, disputerà anche un altro Mondiale, quello in Svizzera del 1954 dove l'Uruguay verrà fermato in semifinale dall'Ungheria. Varela non scese in campo contro i magiari perché squalificato (infortunato secondo la ricostruzione storica di Gianni Brera) e potrà vantare un invidiabile record: quello di non aver mai perso in campo un match della fase finale della Coppa del Mondo. Morirà a Montevideo nel 1996, due anni prima la Fifa gli aveva riconosciuto l'Ordine al Merito.

Sul giorno del Maracanazo c'è però una storia che lo riguarda personalmente al di là del campo ed è legata alla sua sensazione nel vedere un paese distrutto per quella sconfitta, quel senso di vuoto provato nel vedere la gente con le lacrime agli occhi, adulti e bambini. "Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto loro. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?", sono le parole di Obdulio Varela raccontate dallo scrittore argentino Osvaldo Soriano.

Barbosa, una vita rovinata

Per Barbosa inizia invece una sorta di condanna a vita che non lo abbandonerà mai, fino all'ultimo dei suoi giorni. Sebbene tornerà a giocare in nazionale nel 1953 e andrà vicino alla convocazione per i Mondiali del 1954 ai quali dovrà rinunciare per un infortunio, verrà ritenuto per sempre il vero responsabile del Maracanazo e quel gol incassato influenzerà il ruolo del portiere in Brasile per oltre un trentennio, tramandando la leggenda metropolitana di un calcio che produce estremi difensori di basso livello: in realtà sarebbero stati ottimi portieri Gilmar, Felix e Leao, tanti anni prima dei vari Taffarel, Dida, Julio Cesar e Alisson che hanno definitivamente riabilitato la fama dei portieri brasiliani.

Lo stesso Barbosa sarebbe stato definito il miglior portiere del Mondiale 1950 e riconosciuto il numero 1 nel suo ruolo nella storia del Vasco da Gama. Ma quel gol incassato il 16 luglio di 70 anni fa peserà su di lui come un macigno: "In Brasile - dirà tanti anni dopo - ho ricevuto la condanna peggiore dei miei primi trent'anni, ma la prigione l'ho scontata nei cinquanta successivi". Morì in povertà nell'aprile del 2000, portando nella tomba il rimorso di aver fatto piangere l'intero Brasile senza esserne l'unico responsabile.

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