Il Messaggero ha riportato ieri alcune foto di messaggi scritti su fogli di carta e cartone. Leggiamo "Siamo nelle vostre strade". A conferma della reale connessione tra questa iniziativa e il mondo jihadista, diversi jihadisti hanno già fatto circolare le foto dei messaggi attraverso i loro profili Twitter.

Sull'ANSA, i servizi di sicurezza italiani fanno sapere che non sono rilevati ulteriori sostanziali elementi di allarme. Ad ogni modo, la vigilanza resta sempre elevatissima. Questo evento è stato ritenuto "pura propaganda, jihad della parola". I diversi foglietti sono stati diffusi nei pressi dei luoghi a più alto valore simbolico di Roma e Milano.

Tra i messaggi riportati dai vari foglietti diffusi troviamo anche "siamo nelle vostre strade. Siamo ovunque. Stiamo localizzando gli obiettivi, nell'attesa dell'ora X". I servzi di sicurezza italiani ci tengono a ribadire, a proposito di questi foglietti, che si tratta solo di guerra psicologica. Ad ogni modo, è molto interessante analizzare le modalità attraverso cui questa ennessima azione del terrore è stata condotta. I messaggi sono stati scritti in italiano, arabo, e francese. L'utilizzo di diverse lingue potrebbe servire sia a garantire la possibilità di terrorizzare il numero maggiore di persone che a favorire la convinzione circa una ricca e variegata composizione delle milizie jihadiste in Italia.



La pochezza degli strumenti adoperati per questa ennesima iniziativa non è bastata a far cadere la notizia nel disinteresse generale. A dare rilevanza a questi semplici foglietti c'è stata l'intuizione di fotografarli sullo sfondo di punti nevralgici, luoghi conosciutissimi, capaci di colpire l'immaginario di qualsiasi italiano. Non si è trattato di foglietti rinvenuti casualmente ma di vere e proprie testimonianze di una presenza diffusa, inquietante, oramai proprio in Italia.

L'effetto è stato ottenuto fotografando i vari foglietti nelle mani di qualcuno e sullo sfondo di zone come il Colosseo, il Duomo di Milano, addirittura anche stazioni ferroviarie, camionette e volanti della polizia e lo stesso logo dell'Expo. L'informazione, così confezionata, restituisce allo spettatore un quadro finale ben più inquietante. Si ha la sensazione di non essere più al sicuro in quelle zone. Lo scatto fotografico di un momento rimbomba, nel timore dello spettatore, ben più stabile e duraturo. I terroristi, forse, sanno che la sensazione di non poter più partecipare alla vita sociale del nostro Paese potrebbe bastare realmente a stroncare quest'ultima. Il timore di usare mezzi pubblici, il timore anche solo di avvicinarci al nostro patrimonio culturale, politico, commerciale, il timore di recarsi all'Expo: questi vorrebbero essere i frutti dei foglietti fotografati qua e là. A questo punto, vale la pena ricordare il fatto che anche nel momento in cui si tratta di semplici minacce, queste già infliggono al sistema Paese, in ogni caso, una proporzionale destabilizzazione da terrore.

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