Il rosso e il nero. Il rosso del sangue che sporca le coscienze, il nero del lutto che tinge l'animo. Il rosso che si trasforma in voglia di riscatto, fierezza, audacia e incita a marciare, come cantava De André, "in direzione ostinata e contraria". Il nero, nutrito da verità negate e da una giustizia elemosinata, che viene lacerato da cuori violentati, ma ribelli, capaci di sfidare consolidati sistemi mafiosi.

Ed ecco che ci troviamo davanti a volti di donne costrette, loro malgrado, a indossare le vesti di combattenti, donne rivoluzionarie forgiate dal dolore, dalle minacce, dal desiderio di essere libere all'interno di una società in cui ciò che dovrebbe essere "normale" diventa quotidiana e sofferta conquista.

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Donne intransigenti in lotta contro schemi che le vorrebbero remissive e silenti, distrutte e quiete: madri, figlie, sorelle, mogli. Una lotta che ha due facce: una, intima, che si dipana tra ragione e sentimento e una, palese, che urla alle assopite coscienze di ieri e di oggi.

Francesca Serio era una di queste donne. Originaria di Galati Mamertino, in provincia di Messina, vedova e con un bambino, si trasferì in provincia di Palermo, a Sciara, per lavorare nei campi. Nel 1955, il figlio Salvatore Carnevale, sindacalista socialista, perì sotto i colpi di quella mafia, braccio armato degli intoccabili latifondisti, che aveva osato sfidare a viso aperto. Dopo il lutto, Francesca, indomita e straordinaria icona antimafia, lottò senza sosta per ottenere giustizia. Scrisse Carlo Levi su di lei: "le lacrime non sono più lacrime, ma parole e le parole sono pietre". Una vicenda emblematica, in cui si incrociarono le figure di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Sandro Pertini, Giovanni Leone.

A Sonia Alfano la 2^ edizione del premio antimafia "Francesca Serio"

"Esempio di filiale determinazione e di coriacea volontà nel difendere ed affermare i valori della legalità, della civile convivenza e del rispetto delle regole democratiche.

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Per aver trasformato il proprio lutto e dolore personale in operoso spirito di servizio per la comunità e la sua amata Sicilia attraverso azione ed impegno costanti nei campi culturale, sociale e politico per il contrasto della cancrena mafiosa": questa la motivazione con cui il Premio "Francesca Serio", alla seconda edizione, è stato assegnato a Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe, assassinato dalla mafia nel 1993 a causa delle sue lungimiranti inchieste, scomode per molti personaggi. Né vittimismo, né commiserazione animano Sonia, bensì quella risolutezza che attinge alla necessità di preservare la memoria dei propri cari, di esigere il diritto alla verità e alla legalità, una risolutezza che fa la differenza, capace di destabilizzare, di palesare gli intrecci di un sistema che si alimenta di sospettabili e insospettabili collusioni.

La manifestazione è stata voluta dal Circolo Socialista Nebroideo Indipendente "Italo Carcione", in collaborazione con il Comune di Galati Mamertino, l'Istituto di Cultura Politica per la Questione Siciliana-xQS e l'Associazione Nazionale Amici di Attilio Manca.  A consegnare il premio Valeria Grasso, imprenditrice palermitana, testimone di giustizia, che ha scelto di non piegarsi dinanzi agli stritolanti meccanismi del racket.

A dare spessore all'evento, sagacemente moderato dal Prof. Luciano Armeli Iapichino, l'accorata rievocazione della vicenda di Francesca con le parole di Ignazio Buttitta (Antonino Vicario sulle note di Sebastiano Montagna), i mirati interventi del Prof. Alfonso Fratacci e del Prof. Fabio Cannizzaro, il trascinante contributo del giornalista Luciano Mirone.

"Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano e più ancora l'ispettore stradale che lascia ristagnar l'acqua e il formarsi di pozze". Il rosso e il nero. Stendhal docet.