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"È chiaro che Matteo Messina Denaro gode di protezioni dall'alto. Non è possibile che dopo tanti anni e un lavoro costante sul territorio, lui continui la latitanza". Queste le parole del Pm aggiunto di Palermo Teresa Principato ai microfoni di Sky Tg24. Parole forti, che giungono a poche ore dall'arresto di 11 fiancheggiatori del boss latitante. Poi aggiunge: "Matteo Messina Denaro si sposta dalla Sicilia e anche dall'Italia". Una conferenza stampa senza troppi giri di parole della Principato che nel pomeriggio di oggi, assieme al capo del Ros Giuseppe Governale e il capo dello Sco Renato Cortese, ha illustrato i particolari dell'indagine che ha portato all'arresto di undici fiancheggiatori del capomafia latitante, nell'ambito dell'operazione "Ermes", condotta dalla polizia di Stato e coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Palermo.

Le indagini finalizzate alla latitanza del capomafia di Castelvetrano sono una prosecuzione delle operazioni "Golem" ed "Eden" condotte da Polizia e Carabinieri, che in passato hanno portato in cella altri favoreggiatori e parecchi familiari del boss.

La maggior parte degli arrestati sono semplici e insospettabili allevatori

"Non bisogna farsi trarre in inganno dal fatto che fossero semplici allevatori. Si tratta di fedelissimi di Messina Denaro, alcuni dei quali già arrestati in precedenza, con un peso importante all'interno dell'organizzazione criminale". Le dichiarazioni del Pm Principato vengono confermate anche dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi: "Gli 11 arrestati nell'ambito dell'inchiesta sui favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro non sono semplici tramiti con il capomafia, ma ricoprivano ruoli di vertice nelle cosche trapanesi".

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Niente telefoni o sms, le comunicazioni avvenivano attraverso i 'Pizzini'

L'indagine è cominciata nel 2011 quando, dopo un'operazione di polizia che ha sgominato la rete dei favoreggiatori, gli uomini del boss hanno dovuto riorganizzare e rivedere le loro modalità di comunicazione. Gli allevatori arrestati per convocare i summit parlavano di 'concime' e 'favino', cereali dati in genere ai maiali. I pizzini con le indicazioni da seguire venivano distribuiti proprio durante questi summit: erano nascosti sotto terra e solo a fine riunione i "collettori" andavano a recuperarli per consegnarli ai destinatari. Le regole erano chiare, ma soprattutto rigide: una volta letti i messaggi dovevano essere distrutti e le risposte dovevano giungere al massimo entro 15 giorni. I mafiosi, forse consci che qualcuno potesse spiarli, non si riunivano mai all'interno delle loro masserie, ma solo nelle campagne limitrofe in punti concordati di nascosto o che venivano comunicati pochi giorni prima. Tutto questo ha reso le indagini più complicate, ma soprattutto più lunghi i tempi per intercettare le loro conversazioni. Gli scambi dei bigliettini hanno subito un arresto in un determinato periodo, che gli inquirenti ricollegano a un temporaneo possibile allontanamento di Messina Denaro fuori dalla Sicilia o dall'Italia.