Le relazioni clandestine possono dare origine a dei grossi problemi specialmente quando la prole nata dalla relazione in questione decida di accertare i presupposti per acquisire lo stato di figlio naturale, con un giudizio volto a dichiarare la paternità o la maternità. Il codice civile non pone alcun limite in ordine ai mezzi attraverso i quali può essere dimostrata la paternità o maternità naturale, questo perché si vuole tutelare l’interesse umano e affettivo del minore, ed essere riconosciuto da entrambi i genitori.

Tra gli accertamenti dotati di efficacia probatoria vi rientrano anche la prova del sangue e quella del DNA, relativa al patrimonio ereditario ed biologico.

Pur essendo il test del DNA la prova regina, specialmente ai fini dell’accertamento della paternità, i presunti padri devo stare attenti perché il giudice può prendere in considerazione anche altre prove, quali quelle testimoniali, le ammissioni esplicite, ma anche una semplice condotta equivoca o evasiva.

Ed è quello che è successo in una recente vicenda giudiziaria decisa dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 23296 del 13.11.2015, che ha avuto come protagonisti una presunto padre e sua figlia, nata appunto da una relazione extraconiugale che l’uomo aveva avuto con la madre molto tempo fa.

Figlia desiderosa di ottenere la sentenza dichiarativa della paternità

La figlia, che evidentemente dietro suggerimento della madre era riuscita ad identificare il presunto padre, si rivolge al Tribunale per ottenere non solo la dichiarazione di paternità, ma anche che lo stesso provvedesse al suo mantenimento.

Il presunto padre allora messo alle strette escogita un piano per sottrarsi agli accertamenti biologici che lo avrebbero senz’altro incastrato. Rinvia ogni volta con una scusa diversa l’espletamento della consulenza tecnica d’ufficio disposta per accertare la paternità. A nulla però sono valsi i suoi tentativi di ostacolare la dimostrazione della paternità, perchè sia i giudici di primo grado sia la Corte d’appello danno ragione alla figlia, che ottiene così la dichiarazione di paternità.

L’uomo non accetta tale decisone, e ricorre in Cassazione, sottolineando ancora una volta come non fosse mai stato dimostrato che lui avesse avuto una relazione sessuale con la madre della figlia acquisita, relazione che non poteva esser dedotta nemmeno dal suo rifiuto di sottoporsi al test del DNA. Chiede dunque agli ermellini una pronuncia definitiva sull’illegittimità della dichiarazione di paternità.

La Cassazione conferma la linea dura e consolida il suo orientamento in materia

La Corte di Cassazione con tale recente sentenza statuisce che nel giudizio promosso per l’accertamento della paternità naturale il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento liberamente valutabile da parte del giudice di elevato valore indiziario. A detta dei giudici di legittimità, proprio la mancanza di prove oggettive certe e difficilmente acquisibili circa l’effettivo concepimento ad opera del preteso genitore naturale, non esclude che il giudice possa desumere argomenti di prova dal comportamento processuale del presunto padre.

La Cassazione statuisce che in tale caso, il rifiuto dell'uomo di svolgere gli accertamenti biologici, in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti, è stato correttamente valutato dai giudici dei gradi precedenti. Dunque la dichiarazione di paternità è da ritenersi insindacabile. (Cass. sent n. 23296 del 13.11.2015)

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