"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Quanto aveva ragione Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo "Gattopardo". La storia si è ripetuta anche in Egitto e la famosa "Primavera Araba" che portò alla grande sollevazione popolare del 2011 è sembrata tanto un cane che si morde la coda. Il risultato è stata la politica repressiva dei nuovi, o forse dovremo dire vecchi "padroni", avviata dopo il golpe militare del 2013 e capace di riportare sulla scena il National Democratic Party, il partito del presidente Hosni Mubarak.

Il governo dei generali

Gli scenari che potrebbero aver portato alla morte del ricercatore universitario italiano Giulio Regeni sono simili a quelli del trentennale governo di Mubarak che tra l'altro nel 2014 è stato prosciolto da tutte le accuse.

Non è stato nemmeno processato per la repressione violenta, con la morte di 239 persone, dei manifestanti della Primavera Araba nel 2011. Con la scusa di sedare il movimento dei Fratelli Musulmani, il governo dei generali ha agito con decisione anche contro le forze laiche e di sinistra ed ha permesso ad alcuni vecchi protagonisti del regime di tornare sulla scena. In Egitto, una possibile recrudescenza del terrorismo islamista rappresentato secondo gli esponenti di governo dai Fratelli Musulmani - movimento ormai ridotto all’osso - ed alimentato invece dalla reale infiltrazione dei miliziani dell'Isis nella zona del Sinai, è stata la scusa ufficiale per la restrizione di molte libertà e la consegna del Paese alle forze militari che usano mezzi leciti ed illeciti al fine di ripristinare un presunto ordine.

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Giulio Regeni è una vittima di regime?  Non lo diciamo ad alta voce, non ci sono prove, ma il sospetto è forte.