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Il 20 marzo 1994 è un'altra pagina nera nella storia d'Italia contemporanea. Quel giorno in Somalia venne uccisa Ilaria Alpi insieme all'operatore Miran Hrovatin. Per il duplice omicidio, dopo anni di indagini, venne condannato il somalo Omar Hassan Hashi. Doveva scontare 26 anni: tra indulto e buona condotta è stato scarcerato l'anno scorso dopo 16 anni ed il residuo di pena è stato commutato in 3 anni di servizi sociali. Ora il processo di revisione in corso a Perugia potrebbe riscrivere il finale di questa tragica vicenda ed aprire altri capitoli.

Il processo di revisione

Ahmed Alì Rage, alias "Jelle", ha ritrattato la sua testimonianza e questa è storia nota. Fu lui ad accusare Omar Hassan Hashi del delitto Alpi-Hrovatin ma già nel 2002, nel corso di una conversazione telefonica con un giornalista somalo, avrebbe sostenuto "di aver accusato un innocente, perchè Hashi non c'entra nulla con l'omicidio dei due giornalisti".

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L'anno scorso venne raggiunto a Birmingham, dove vive tutt'ora, dalla trasmissione "Chi l'ha visto?". In collegamento dal Regno Unito ha detto a chiare lettere di non aver mai visto la persona che ha sparato alla giornalista del TG3 ed al suo operatore. "Io non ero lì", ha ribadito. Una coltre di dubbi sulla veridicità della sentenza ha dunque dato il via al processo di revisione sul duplice omicidio che viene celebrato dinanzi al Tribunale di Perugia. I magistrati hanno voluto ascoltare il supertestimone e sono andati oltre Manica ad incontrarlo. Jelle ha risposto alle domande del pubblico ministero Elisabetta Ceniccola e, dalle indiscrezioni trapelate, avrebbe confessato di aver indicato Hashi come autore del delitto dietro pagamento. La sua testimonianza sarebbe stata comprata.

Nuove ombre

Rage non fu l'unico testimone ad accusare Hashi.

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All'epoca venne interrogato anche Abdi, autista della vettura che fece da bersaglio, ma le sue dichiarazioni non sarebbero state considerate attendibili dall'ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini. Lo stesso diplomatico lo avrebbe riferito nel 2004, dieci anni dopo la morte di Ilaria Alpi, alla Commissione Parlamentare d'inchiesta appositamente costituita sul caso ma quelle parole sono rimaste secretate fino a pochi giorni fa. Oggi sono pubbliche e gettano nuove ombre sul caso. Giuseppe Cassini aveva infatti detto chiaramente che "Abdì avrebbe fatto qualunque cosa per sopravvivere, non è affidabile ed alla sua  testimonianza non darei un soldo bucato". Abdì non può più testimoniare, è morto qualche anno fa. La tesi dei legali di Omar Hassan Hashi ha sempre smontato la sua testimonianza. Abdì ha dichiarato infatti di essere rimasto ferito ma le immagini scattate subito dopo l'agguato non mostrano alcuna macchia di sangue sui vestiti indossati dall'autista che all'epoca, inoltre, aveva dichiarato che Ilaria Alpi era seduta al suo fianco: le indagini hanno poi confermato che la giornalista era sul sedile posteriore.

Le inchieste 'scottanti'

Perchè Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi oltre ventidue anni fa a Mogadiscio? La Somalia in quel periodo era in preda al caos, la gente moriva spesso senza alcuna motivazione. Questo scenario, ed è la leva che ha portato al processo di revisione, potrebbe essere stato abilmente "dipinto" per voler consegnare alla Storia la morte dei due giornalisti come un fatto "casuale" in un Paese dove era praticamente "normale" morire di morte violenta. Poche ore prima di morire, Ilaria Alpi aveva fatto visita al Sultano di Bosaso, Abdullahi Bogor Muse, dal quale avrebbe appreso che nel traffico di armi e rifiuti tossici - al centro dell'inchiesta che la cronista stava seguendo - ci sarebbe stato anche il coinvolgimento dei servizi segreti italiani. Il dubbio, allora come oggi, è quello di trovarsi di fronte ad una verità "pre-confezionata" e spacciata per autentica. Il compito che attende i magistrati a Perugia non sarà facile.