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È trascorso un anno dagli attentati di Parigi che causarono 137 morti, inclusi i terroristi, e 368 feriti. Sarebbe stato soltanto il primo attacco per il vecchio continente, 'ferito' poi nel corso del 2016 anche a Bruxelles e Nizza. Il 'marchio Isis' aveva fornito a queste azioni un'enorme cassa di risonanza a livello internazionale ed aveva ingigantito a dismisura l'immagine dello Stato Islamico, innalzato agli altari del terrore e considerato la 'fonte di tutti i mali del mondo'. Ad un anno esatto dalla prima delle stragi che ha insanguinato l'Europa, l'Isis è al canto del cigno.

L'indifferenza dei media occidentali

Un anno dopo, il sogno jihadista si è quasi dissolto e ciò avviene nella quasi indifferenza dei principali organi di stampa.

All'assedio di Mosul, dove è prossima a cadere la prima delle capitali del sedicente califfato, vengono dedicati articoli secondari dove si ribadisce, ripetutamente, che l'avanzata delle truppe curdo-irachene è in corso e viene puntato il dito sulla crudeltà delle milizie islamiste. Non ha avuto un grande rilievo nemmeno la notizia della fuga dall'Iraq del califfo Abu Bakr al-Baghdadi; il leader dello Stato Islamico sarebbe riuscito a lasciare Mosul ed avrebbe attraversato il confine siriano. Isis ormai snobbato dai media occidentali? Assolutamente si ed il motivo è molto semplice. L'argomento non desta più alcun interesse per l'Occidente: i terroristi non hanno più colpito obiettivi europei e la crociata anti-Islam, invocata dagli 'idioti della Rete' e cavalcata da abili leader di una destra populista in ascesa, la stanno combattendo altri musulmani.

Ma è sempre stato così: la guerra all'Isis è, in realtà, un conflitto interno all'Islam, uno dei tanti che continua ad insanguinare il Medio Oriente dove il numero dei morti fa letteralmente impallidire gli sporadici bollettini degli attentati sul suolo europeo. Solo che per l'opinione pubblica occidentale cento morti francesi sono un abominio, migliaia di persone massacrate in Siria o Iraq una prassi.

Scenari che cambiano

La nuova amministrazione della Casa Bianca potrebbe ridisegnare gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Stando ovviamente alle dichiarazioni di Donald Trump, strombazzate in campagna elettorale, ci potrebbe essere il 'disgelo' tra Washington e Mosca che potrebbe essere celebrato mostrando al mondo lo scalpo dell'Isis e di tutte le altre organizzazioni terroristiche di matrice jihadista. Hanno semplicemente fatto il loro tempo e non servono più a nessuno. Anzi, sono diventate un imbarazzo per gi Stati che le hanno finanziate, Turchia, Arabia Saudita e Qatar su tutti, che hanno oggi l'interesse di 'ripulire' i propri legami con gli estremisti.

Il destino dello Stato Islamico è dunque segnato, così come quello delle milizie islamiste che combattono in Siria contro il governo di Damasco. Ciò naturalmente non risolve tutte le questioni ma l'impressione è che il puzzle stia prendendo rapidamente forma. Trump è forse il tassello portante che incastra tutti gli altri: quello che consentirà a Vladimir Putin di proseguire la sua politica di influenza in Medio Oriente, il beneplacito degli Stati Uniti per la continuità del governo siriano di Bashar al-Assad, la rassicurazione per Recep Erdogan di costituire un comodo cuscinetto contro gli odiati curdi al confine tra Turchia e Siria. Restano le incognite dei futuri rapporti di Washington con l'Iran, nello specifico sarà decisivo il dialogo fra Trump e Putin, e con l'Arabia Saudita. Anche in quest'ultimo caso la diplomazia, 'unta' da dollari e petrolio, potrebbe trovare la sua strada. Rimane irrisolta la questione curda ma qui bisogna chiedersi se davvero interessi a qualcuno trovare una soluzione. Lo Stato Islamico, semplicemente, non ha un ruolo in questo scenario e non rappresenta nemmeno un problema. Da pericolo mondiale a questione marginale: tutto in soli dodici mesi