Non si tratta di farneticanti profezie, ma di uno studio condotto da alcuni scienziati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Ingv, pubblicato su "Nature Communication" il 20 dicembre. Il vulcano dei Campi Flegrei starebbe dando pericolosi segni di risveglio: la pressione critica del magma durante la risalita verso la crosta terrestre sarebbe vicina ad un valore oltre il quale ci sarebbe una rapida e pericolosa evoluzione dell’attività vulcanica.

Giovanni Chiodini, coordinatore della ricerca, ha spiegato che per la prima volta sono riusciti a dimostrare che ogni tipo di magma, raggiunto un valore critico, aumenta enormemente la quantità di fluidi rilasciati, innestando una sorta di reazione a catena che trasforma l’acqua in vapore ad altissima temperatura nelle rocce che si trovano tra il magma e la crosta terrestre. Le conseguenze sono la perdita di resistenza dei massi e un’escalation dell’attività vulcanica verso la criticità.

Al momento non è possibile prevedere se e quando vi sarà un’eruzione, ma l’Osservatorio vesuviano e i satelliti stanno monitorando ininterrottamente la situazione. Non sembra dello stesso avviso l'amministrazione comunale, che non ha ancora predisposto un piano di evacuazione, fondamentale se dovesse esserci un'emergenza.

Effetti simili alla caduta di un meteorite

Se i timori degli scienziati dovessero risultare fondati, l’unica soluzione per la popolazione partenopea sarebbe quella di andare il più lontano possibile.

Ma come? Con quale organizzazione e per andare dove? Ci vorrebbe un pizzico di buonsenso in più da parte di chi ha queste responsabilità. Un supervulcano è un vicino molto pericoloso e, se poi si vive all’interno della caldera, qualche precauzione bisognerà pur prenderla.

La più terribile eruzione del Vesuvio sarebbe nulla se paragonata a quella dei Campi Flegrei che, più che eruttare, esploderebbero con conseguenze catastrofiche.

Secondo il vulcanologo Giuseppe Di Natale, i supervulcani possono scagliare un milione di metri cubi di lava a mille chilometri di distanza. Un cataclisma simile a quello che potrebbe causare la caduta di un meteorite. I Campi Flegrei provocarono, circa 40mila anni fa, l’eruzione più disastrosa che si sia mai verificata nell’arco di 200mila anni: le sue ceneri coprirono la luce del Sole per circa due anni, e qualcuno sostiene che il terribile terremoto fu la causa dell’estinzione dell’uomo di Neanderthal.

L’area vulcanica dei Campi Flegrei è molto vasta e ad alta densità abitativa. Si trova tra la zona ovest di Napoli e il golfo di Pozzuoli. Comprende circa venti comuni e numerosi quartieri del capoluogo. In totale, più di 500mila abitanti.

Similitudini con l’eruzione del 1538

Già da un po’ di tempo, gli scienziati erano preoccupati per l’attività vulcanica della zona e per alcune similitudini tra la situazione attuale e quella che precedette l’eruzione del 1538, con la formazione del Monte Nuovo, nel golfo di Pozzuoli.

I ricercatori dell’Ingv ritennero che in quell’occasione il magma fosse risalito a 4 chilometri, ovvero alla stessa profondità dove adesso è risalito un qualcosa che, se non magma, potrebbero essere fluidi di altra natura, come sembrerebbe confermare lo studio attuale. All’epoca non fu possibile stabilirlo con certezza, perché l’idea di una trivellazione fu accantonata per i rischi che comportava.

I Campi Flegrei sono soggetti anche al fenomeno del Bradisismo. È un termine che indica l’innalzamento e l’abbassamento periodico del suolo, a causa di un’attività vulcanica. Interessa in particolare Pozzuoli che, tra gli anni ’82 e ’84, dovette evacuare parte della città, a causa di uno sciame sismico che arrivò fino a 50 scosse al giorno, anche di magnitudo 3.5 e oltre, con punte di 4.8. Valori che, secondo gli esperti, sono indice di un’eruzione imminente. Non successe nulla, ma al termine di quei fenomeni, Pozzuoli si era sollevata di due metri.

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