Verranno impiccati! È questa la condanna confermata dall’Alta Corte di New Delhi a Vinay Sharma, Pawan Gupta, Akshay Thakur e Mukesh Singh. I quattro uomini sono stati condannati a morte per aver violentato e ucciso, nel 2012, la 23enne studentessa in medicina Nirbhaya (nome di fantasia). Il caso della giovane vittima aveva fatto il giro del globo, diventando suo malgrado il simbolo della violenza contro le donne in India. A scioccare l’opinione pubblica, non solo indiana, erano state anche le dichiarazioni rilasciate in carcere da Mukesh Singh, nel 2015, alla regista britannica Leslee Udwin: “Non avrebbe dovuto reagire mentre la stavamo violentando”; “Avrebbe dovuto stare calma”; “Una ragazza per bene non deve andare in giro alle nove di sera”; e la frase forse più cruda “Durante uno stupro la donna è sempre più colpevole dell’uomo”.

Pena capitale: reato aggravato dal concetto di “coscienza collettiva”

La Corte Suprema indiana conferma il verdetto emesso da altre due Corti. La pena di morte agli imputati è stata inflitta perché il tribunale ha tenuto conto dell’aggravante dato dal concetto di coscienza collettiva. Come ha precisato il pubblico ministero: "questa condanna è un precedente importante per la società indiana". Ma per l’avvocato difensore di due dei quattro imputati, la sentenza viola i diritti fondamentali umani e non è “giustizia per poveri”. La pena di morte per il reato di stupro può essere applicata in India grazie alla nuova legge approvata dal parlamento proprio in seguito al caso Nirbhaya.

La vittima

Colpevole di essere una giovane donna emancipata. I suoi aguzzini non le hanno perdonato la sua voglia di libertà.

“Le ragazze devono occuparsi della casa e svolgere i lavori domestici, non andare in giro da sole per le discoteche e i pub di notte, indossando abiti sbagliati e facendo cose sbagliate... Solo il 20% delle ragazze sono per bene... Gli uomini hanno il diritto di impartire una lezione a quelle che sbagliano”. Sono queste alcune delle frasi dette da uno dei condannati alla regista inglese che lo aveva intervistato per il documentario “India’s daughter”, andato in onda nel 2015.

Il caso - La giovane studentessa indiana, il 16 dicembre del 2012, stava tornando a casa in bus dopo essere stata al cinema con un amico. È salita sul mezzo sbagliato, occupato dagli uomini sbagliati. Singh, che stava alla guida del bus e ha affermato di non aver mai lasciato il volante, ha prima confessato e poi ritrattato, dichiarando di non aver partecipato allo stupro e che sono stati tutti torturati dalla polizia.

Sul mezzo altri 5 uomini, tra cui un minorenne. L’hanno colpita con una spranga di ferro e poi violentata. La giovane è morta dopo 9 giorni di agonia, per la gravità delle ferite riportate, in un ospedale di Singapore. Il quinto uomo responsabile dell’aggressione alla studentessa si era suicidato in carcere pochi mesi dopo l’arresto.

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