La vicenda del piccolo Alfie Evans (che abbiamo già descritto) avrebbe potuto subire una svolta decisiva in queste ore eppure, il giudice, poche ore fa, ha confermato la sentenza di morte. Tuttavia, un vero e proprio colpo di scena stava per rovesciare l’esito della vicenda.

La vicenda e i risvolti inquietanti

Gli avvocati degli Evans, infatti, hanno scovato alcuni gravissimi casi di “negligenza” (per usare un eufemismo) dell’ospedale Alder Hey, dov’è ricoverato il bambino, che mostrerebbero tutta l’inaffidabilità della struttura sanitaria, incapace, ricordiamo, anche di elaborare una diagnosi precisa della malattia del piccolo e per questo condannato ad una morte certa dall’Alder Hey e dall’Alta Corte Britannica.

Eppure, in alcuni video postati su Facebook, Thomas Evans, padre di Alfie, ha mostrato che il suo cervello, definito una “massa d’acqua” dall’ospedale, produce reazioni che non si possono definire certo “involontarie”: stringe la mano dei genitori, muove gli occhi, reagisce allo stimolo del solletico e a numerosi altri stimoli, sembra aver ormai abbandonato il profondo stato di incoscienza in cui era scivolato da alcuni mesi. Un’altra assurdità, sottolinea sempre il padre di Alfie, è l’ostinazione con cui l’ospedale avrebbe negato la ventilazione al piccolo, operazione divenuta per di più necessaria dopo che, proprio la stessa struttura, avrebbe rifiutato di eseguire la tracheotomia sul paziente.

Operazione che lo avrebbe reso autonomo proprio dalle cure che ora gli nega.

La decisione ferale su cui si è orientata l’Alta Corte Britannica, lascia perplessi ancora di più dopo l’elenco infinito di cause giudiziarie che, dal 2001, hanno visto coinvolto l’ospedale e che gli avvocati degli Evans stanno portando alla luce. Una sorta di “fiera degli orrori”: per incominciare l’ospedale, nel 2001, è stato accusato di aver espiantato gli organi di bambini sia morti sia vivi, senza informare i genitori.

Pesanti le denunce contro ospedale e medici, accusati di mancanza di trasparenza, tanto che le indagini della magistratura costrinsero le famiglie a riaprire le bare dei piccoli.

La valanga di denunce cominciò con la confessione del cardiologo Robert Anderson che, in seguito a lunghe indagini, rivelò che nell’ospedale c’era un “negozio” di cuori di bambini. L’Alder Hey, in quell’occasione, fu costretto ad ammettere, anche, di aver eseguito il prelievo di ghiandole linfatiche su bambini ancora vivi, durante gli interventi, per poi rivenderle ad una casa farmaceutica che, in cambio, avrebbe finanziato il dipartimento di cardiologia dell’ospedale.

Indimenticabile, poi, il caso del piccolo Joshua Molyneaux, ragazzino disabile di 11 anni, morto in seguito a gravi negligenze dell’ospedale, appurate dalla magistratura. Il bambino sarebbe deceduto in seguito ad una semplice operazione di routine, per la mancanza di un intervento tempestivo da parte del medico che lo aveva in cura, nonostante le segnalazioni degli infermieri preoccupati per il colorito livido e la mancanza di risposta alle terapie, da parte del bambino.

Per ragioni di brevità citiamo solo un ultimo caso (ma l’elenco è veramente lungo): la triste vicenda di Jake McGeough di 18 mesi, deceduto in seguito all’inesperienza di una giovane infermiera che, mentre il piccolo era ricoverato per semplici accertamenti, per calmare la sua agitazione durante gli esami, gli avrebbe iniettato del Vecuronio, senza prescrizione medica, un potente sedativo che si sarebbe poi rivelato fatale per il bambino, causandone l’arresto cardiaco.

I dubbi degli Evans

Considerati, dunque, precedenti così gravi, viene da chiedersi come mai l’Alta Corte Britannica prenda per oro colato il parere e le richieste dei medici dell’Alder Hey e non abbia autorizzato, invece, i genitori ad eseguire esami e test indipendenti in altre strutture, così come da loro ripetutamente richiesto e, infine, come mai l’ospedale non abbia voluto che Alfie fosse trasferito in un’altra struttura. Forse perché, si chiedono alcuni amici degli Evans, non emergessero gravi errori commessi nel curarlo? In queste ore, dopo la sentenza emessa, in un quadro così fosco e ambiguo, meno credibili che mai, risultano le parole con cui i giudici e l’ospedale hanno motivato la soppressione del piccolo, parlando di “miglior interesse” del bambino, alludendo, in realtà, ad un morte certa e procurata e lasciando, per di più, assurdamente avvolta nel mistero la causa dell’improvvisa patologia contratta dal bambino e senza la possibilità che alcun altro ospedale abbia potuto vederci chiaro.

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