La Polizia di Stato ha eseguito a Livorno una custodia cautelare in carcere per un 31enne nordafricano, accusato di tentato omicidio. L'uomo è ritenuto responsabile dell'aggressione a colpi di machete contro un commesso 42enne tunisino, avvenuta nella notte tra domenica 13 e lunedì 14 settembre all’uscita di un market del centro cittadino dove la vittima lavorava.
Gli investigatori hanno collegato l’aggressione al rifiuto del commesso di vendere una bottiglia di birra al 31enne, già sotto l’effetto di sostanze alcoliche. La vittima era stata trovata dal personale delle Volanti della questura e dagli operatori del 118 riversa a terra in gravissime condizioni fisiche, con ferite alla testa e alla gamba destra.
Le indagini e il ritrovamento dell'arma
L’arresto è avvenuto venerdì 18 settembre. Nell’abitazione dell’indagato, gli investigatori hanno rinvenuto vestiti compatibili con quelli indossati al momento dell’aggressione e un machete con lama di 51,5 centimetri. L'arma è considerata compatibile con quella usata per colpire la vittima, che ha riportato la frattura di tibia e perone destro.
La Squadra Mobile, coordinata dalla Procura di Livorno, ha ricostruito i movimenti del presunto aggressore attraverso testimonianze e immagini di videosorveglianza. Il riconoscimento è stato facilitato dall’abbigliamento e da un tatuaggio. Le riprese mostrano un uomo che si allontana dopo l’aggressione, torna sui suoi passi e poi fugge in direzione della stazione.
La testimonianza della vittima
Uscito dallo stato di shock e superato il pericolo di vita, il 42enne ha fornito alla polizia elementi cruciali per la ricostruzione dei fatti. Ha confermato che il rifiuto di vendere la birra è stato il motivo scatenante dell’attacco e ha proceduto al riconoscimento formale dell’indagato. La ricostruzione investigativa include il ritorno dell’uomo sul luogo dell’aggressione, dove avrebbe rivolto nuove minacce alla vittima già a terra.
Il procedimento penale a carico dell’indagato è ancora in corso. Le contestazioni formulate dovranno essere verificate nell’eventuale giudizio, e solo una sentenza definitiva di condanna potrà stabilire la sua colpevolezza, in ossequio al principio della presunzione di innocenza.