Romics” è tornato dal 29 settembre al 2 ottobre 2016 nell'area della nuova fiera di Roma, in via Portuense. Sabato 1 ottobre si è svolta in anteprima assoluta la mostra intitolata “Parlano di noi 1962 - 1980" a cura di giorgio pedrazzi, uno tra gli sceneggiatori più ‘elastici’ e trasversali, la cui rassegna raccoglie un'antologia di alcuni dei più celebri pezzi firmati da accreditate firme del giornalismo. Una girandola di visioni culturali e giornalistiche convergenti nello stigmatizzare la produzione più all’avanguardia del fumetto italiano di quel ventennio. Tra le firme anche quella di Graziella di Prospero, folker, scrittrice e giornalista, compagna dello sceneggiatore torinese, recentemente scomparsa.

Un’invettiva ed una resistenza da parte del mondo culturale dell’epoca, finalizzata a ‘declassare’ la corrente del fumetto “nero” ed “erotico”, in particolare dal 1962 con l’inizio della stagione di "Diabolik" e a seguire, quella dal 1964 con “Isabella”. Una rassegna di pubblicazioni, che ha sovvertito il Codice Morale del Fumetto e che ha contraddistinto la pubblicazione degli anni ’60 e ‘70 fino ai primi anni degli ’80; periodo, quest’ultimo, che si è concluso con la “legittimazione” della declinazione erotica di questo genere, evolutasi poi in un’accezione connotativa  pornoerotica. Ai margini della mostra, Pedrazzi ha così riposto.

Secondo lei, oggi il linguaggio del fumetto svolge ancora una funzione sociale? Oggi questo genere, secondo lei, potrebbe rispecchiare e far emergere le coscienze collettive, considerato l’attuale contesto segnato dalla crisi economica?

“No oggi il fumetto non sta più svolgendo un ruolo sociale, poiché i lettori difficilmente si cimentano in una narrazione calata nella realtà sociale, piuttosto preferiscono un linguaggio ‘immerso’ nella fantasia, come mezzo di intrattenimento.

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I super eroi di oggi non hanno niente da stimolare, non parliamo dei fumetti giapponesi".  

Negli anni ‘60 fino ai primi degli ‘80, voi sceneggiatori avete potuto svolgere anche questa funzione sociale, che ha avuto anche ricadute psicologiche, sociali, fino a scardinare definizioni giuridiche dello stesso linguaggio del fumetto?

“Sì - puntualizza Pedrazzi esponendo all'interno della mostra l’articolo del Messaggero del 17/3/1977 - è storico il provvedimento da parte della Procura della Repubblica di Roma, contro un distributore, un editore-direttore responsabile e cinque stampatori di porno fumetti. Tre persone sono state arrestate. E gli altri quattro hanno avuto ordini di cattura. Contro questi ultimi, il Tribunale aveva emesso una sentenza di condanna per i reati di associazione per delinquere e stampa oscena”.

Cosa ne pensa lei del Graphic Journalism? E’ possibile creare un’esperienza di lettura del fumetto, convergente a quella delle notizie? Per citare un esempio risonante, l’iniziativa editoriale sulla storia della giornalista Ilaria Alpi [VIDEO] scritta da Marco Rizzo?

“Sono critico forse in questo, trovo che ci sia un’overdose di pubblicazioni, soprattutto per il numero di ristampe, e che alcune di queste abbiano funzionato anche per il grande appeal e lavoro concentrato sulle copertine.

Chiosa così Pedrazzi: “Penso che si sia persa una certa forma di artigianato nello svolgere questo mestiere, per dare spazio a prodotti editoriali, spesso preconfezionati”.

Alla luce di questo dialogo, ci si può chiedere se la “mediamormofosi” dell’attuale industria culturale sia qualitativamente più valida, sia per gli addetti ai lavori che per i lettori finali. Proprio perché viviamo in un contesto ancora più ibrido, anche in questo genere, a cavallo tra la trasposizione cartacea e digitale (si pensi al caso francese della società editrice “Media Entity”, in cui gli stessi lettori, autofinanziando la produzione dei fumetti, possono scegliere a loro volta di inventare nuovi personaggi e plot inserendoli sul web.