Cosa è “Il più grande sogno” lo capisci all’inizio dei titoli di coda. Perché tra i palazzi della Rustica, tra Tor Bella Monaca e San Basilio, un grande sogno può essere un orto su un fazzoletto di terra e svegliarsi una mattina che va tutto bene, tutto qui. A distinguere le parole non c’è solo il loro significato perché l’intensità di ciò che esprimono dipende dalla tonalità del mondo che le circonda. "Sogno" allora può significare tante cose. Il “grande sogno” è tutto quanto, nel mondo che hanno provato a dare per scontato a noi generazione di trentenni e quarantenni, appartiene ai piccoli equilibri dimenticati della vita.

Quella raccontata dal film è invece una periferia in cui la vita è esattamente faticosa ricostruzione del giusto filo dei legami sociali.

Una ricostruzione che comincia, per sbaglio o per caso, insomma, nell'unico modo in cui ci si può rialzare quando tutto intorno è decadenza.

Essere dentro le emozioni

La periferia di Michele Vannucci è raccontata dal punto di vista di chi sta davanti la telecamera insieme a ciò che racconta e non da quello di chi rimane dietro ed estraneo. Il regista diventa solo un lucido scanzonato cantastorie dell'oggi, e ciò che racconta è qualcosa a cui ti senti in qualche modo legato perché non può essere altrimenti se hai conosciuto anche soltanto un po' quel mondo.

Un racconto semplice, senza filtri, capace di scovare la meraviglia nascosta in ciò che può sembrare gretto solo perché letto o detto con l'intonazione sbagliata. Ecco, questo, dai colori, alle voci, alle scene, l'impressione è quella di essere di fronte ad un film che ha saputo far prevalere il tono giusto delle cose.

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Il più grande sogno è una storia in cui il "chi sei" del protagonista è certamente frutto del "cosa ha" e del "cosa gli è stato offerto" dalla vita, dalla propria condizione sociale, ma quando arrivano i titoli di coda hai in testa sguardi, voci, ragionamenti, esperienze. La giustificazione sociale di tutto scompare e rimane solo il limpido "essere" a volte un po' amaro di Mirko Frezza e dei suoi compari.

Un mix di realtà e finzione

Difficoltosamente padre di due figli e di uno in arrivo, appena uscito dal carcere, presidente del comitato di quartiere di Casale Caletto, un buon amico e tanta voglia di “chiudere con l’impicci”: una storia vera e il suo adattamento cinematografico, così come adattamento cinematografico di aspetti reali delle periferie sono romanzi e serie TV di ben altra fama in cui però emerge solo l’incubo di vite sconfitte e senza riscatto. E allora viene da chiedersi se sia giusto che, se le strade e i palazzi da cui vengono quelle storie sono uguali, ci sono lavori che lasciano fuori la parte bella e importante di quella realtà.

Un mix di realtà e finzione, di attori professionisti e non. È il legame sincero tra Mirko e l’amico «Boccione», interpretato da Alessandro Borghi, a chiarire subito che se sei stato in carcere e vivi in periferia forse hai qualcosa da scontare e qualche possibilità in meno, ma non per forza una vita fatta in tutto e per tutto di un abisso in cui non v’è spazio per le profondità dell’animo umano.