Incredibile come, dopo una carriera che dire altalenante è poco, M. Night Shyamalan riesca ancora a sorprendere lo spettatore e a colpirlo duro allo stomaco come già aveva fatto con i titoli appartenenti a quella che io chiamo la Trillherogia Perfetta; Il Sesto Senso, Umbrekable e Signs. Tre film, tre storie completamente diverse e staccate l'una dall'altra eppure tutte legate dal misterioso legame tra i fenomeni soprannaturali e i vari gradi di traumi fisici e/o psicologici che affliggono i personaggi partoriti dalla mente del regista indiano.

Già nel 2015 ci sono state le prime avvisaglie di un certo risveglio artistico nell'animo di Shyamalan, quando uscì nelle sale "The Visit", thriller found-footage prodotto e fortemente voluto da quel James Blum produttore che prima è artefice di successi commerciali a sfondo horror (e a basso budget) come Paranormal Activity e Insidious per poi arrivare a vincere l'oscar al miglior film con quel capolavoro assoluto che è Whiplash.

In Split ci viene raccontata la storia di tre adoloscenti: Casey (Anya Taylor-Joy), Claire (Haley Lu Richardson) e Marcia (Jessica Sula) che si ritrovano improvvisamente catapultate in uno scenario da incubo. Narcotizzate e rapite in pieno giorno, le ragazze si risvegliano in una piccola e squallida stanza/prigione dove conosceranno l'identità del loro rapitore, Kevin. Ben presto però, le tre ragazze si renderanno conto che in realtà Kevin è solo una delle identità che occupano il corpo del loro aguzzino interpretato da un James McAvoy realmente inquietante. Kevin ha 23 personalità distinte e di diversa età, sesso e accenti. Alcuni di loro sono donne, come Patricia, che parla in toni melodiosamente inquietanti – o bambini come Edvige affetto da sigmatismo.

Tutti i personaggi di Kevin condividono la stessa corporatura media e capelli tagliati corti, che trasforma il volto del personaggio in una tela opportunamente vuota su cui McAvoy può proiettare ogni nuova identità senza dover per forza ricorrere a trucco e parrucco.

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Allo stesso tempo, una delle formulazioni più interessanti del film è l'idea - avanzata con picchiatella eloquenza dalla psichiatra pionieristica di Kevin, il Dr. Karen Fletcher (un affascinante Betty Buckley) - che in casi particolarmente avanzati di disturbo dissociativo dell'identità, il soggetto può addirittura arrivare a cambiare la struttura fisico del proprio corpo.

Kevin e il suo allegro gruppo di amici sono un vero tour de force per McAvoy, anche se è la giovane Anya Taylor-Joy, già vista in The Witch, a rubare la scena. Il suo personaggio, al contrario delle terrorizzate Claire e Marcia, pare soffrire di una strana mancanza di palese panico. Lo spettro della violenza sessuale subita dal personaggio è suggerito da flashback fotografati con colori caldi (così da enfatizzare il senso di falsa sicurezza che a volte si cela dietro a quadri famigliari all'apparenza perfetti) in contrasto con i colori freddi e claustrofobici che il direttore della fotografia Mike Gioulakis, che ha dimostrato un talento incredibile già in "It Follows," dipinge sul nuovo animo di Casey inseguendola attraverso un labirinto di corridoi lugubri.

Shyamalan, dicevamo, torna alle origini del suo Cinema e riscopre il piacere di spaventare i suoi personaggi, e il pubblico, attraverso mezzi più convenzionalmente efficaci. Come già successo in Signs, dove il senso di angoscia e assedio veniva magistralmente accentuato dalla colonna sonora di James Newton Howard, in Split si è piacevolmente sorpresi di come lo score di West Dylan Thordson riesca ad enfatizzare la paura e l'angoscia trasmessa da ciò che vediamo su schermo.

Si dirà un pò di tutto, da chi criticherà la perfomance di McAvoy, al sorprendente finale che potrebbe aprire la strada ad un nuovo universo cinematografico firmato Shyamalan e Blum, ma Split è un film che funziona, un'esperienza narrativa coinvolgente e soddisfacente. E ha anche il merito di rilanciare la carriera del buon vecchio M.Night Shyamalan.