Nel mare magnum degli investigatori che gravitano nella Città partenopea è passato un po' sotto silenzio il ciclo della giovane scrittrice napoletana Alessandra Pepino che ha al centro della narrazione la figura dell'ispettore Jacopo Guerra. Ora nel suo terzo testo "La danza infelice (pagg. 359, euro 17; Atmosphere libri)" l'architettura di indagini e personaggi appare conchiusa e regge. Guerra è ad un bivio della sua vita perché la sua compagna Costanza è incinta e vorrebbe per il suo uomo una routine lavorativa meno rischiosa. Ma nei primi giorni di un freddo gennaio del 2017 nella città accade un omicidio particolare: in un palestra a Via Imbriani viene ucciso il trainer calcistico Leonardo Mancini allenatore della Virtus Pianura.

Già dalle primi indagini appare evidente che non è un delitto di camorra ed a Napoli quando ci si trova di fronte ad un caso simile si brancola paradossalmente nel buio più profondo. Guerra, con gli uomini della sua squadra capitanata dal quasi pensionato vicequestore Raffaele Immobile, e con il bell'animalista Antonio Colangelo e la collega Valeria Aveta, partono per rintracciare dettagli e crepe nei comportamenti dei sospettati, tra i quali spicca il centravanti della Napoli-bene, Grimaldi.

Un delitto non di camorra scuote lo specchio ustorio di Napoli

Guerra lo cerca a casa dalla moglie, - "perché si è per forza inadatti quando non si riesce a cavare una speranza da una ragazza di vent'anni" - , ma il 'puntero' sembra essere sparito nelle sue notti brave, dopo un litigio con l'allenatore Mancini.

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Intanto Costanza sente che Flavia, la compagna di Antonio, le nasconde qualcosa. Nel microcosmo giallo che costruisce la Pepino, convince un po' tutto: il carattere dell'investigatore principe Guerra, i tormenti di Immobile, i profili ben stilizzati degli altri poliziotti e delle famiglie che girano attorno al commissariato partenopeo. Non c'è traccia di eco o plagio letterario - anche simpatico - verso altri inquirenti in voga. Ma soprattutto la scrittrice sostiene il suo quadro narrativo con la sfida della lingua, che vince. Una scrittura chiara, ma non leggera; ritmica ma non povera. Le metafore parlano anche nel giro impervio di uno stile aulico. Forse è nata un'autrice da Napoli ben radicata nella città, che però non ne condivide i vizi più grossolani: le sdolcinature malinconiche, l'autoreferenzialità, ed il lato greve del Barocco. E quel parlarsi addosso su tutto con le sedicenze di profeti ispirati.