I fan di Lara Croft hanno dovuto aspettare ben 15 anni per rivedere la loro eroina sul grande schermo, ma dal 15 marzo potranno rimediare, poiché esce nelle sale cinematografiche italiane l’atteso reboot.

Dopo Angelina Jolie, che l’aveva interpretata nei primi due film, del 2001 e del 2003, è ora la volta di Alicia Vikander, premio Oscar 2016 come Miglior attrice non-protagonista in The Danish Girl.

La Vikander, dal fisico decisamente più asciutto e sorprendentemente muscoloso, incarna una nuova versione della celeberrima “superstar” dei videogiochi, che il regista Roar Uthaug si sforza – non sempre con successo – di rendere maggiormente realistica e meno “fumettistica”. Il suo tentativo, d’altronde, è coerente con l’edizione del 2013 del videogioco, Tomb Raider Reborn, con la cui trama possiede molti punti in comune.

La trama di Tomb Raider:

I due aspetti centrali del film vengono presentati fin dall’inizio: da un lato, il racconto del padre di Lara, che ci porta in luoghi e tempi lontani, all’epoca della leggendaria Himiko, prima regina del Giappone dipinta (come capita alla maggior parte delle donne di potere) come una temibile strega; d’altro lato, sua figlia, Lara, in tempi e luoghi presenti, che combatte contro un’altra donna durante un allenamento di boxe e se le prende di santa ragione, ma ciononostante si ostina a non arrendersi.

Da un lato, mistero, magia, ed un padre lontano; dall’altro concretezza, tenacia, ed una figlia che non si dà per vinta. Mai.

Nel corso della storia, Lara varie volte se le prenderà di santa ragione, ed altrettanto spesso sarà ostinata e non si arrenderà.

Per esempio, dopo 7 lunghi anni, non si è ancora arresa ad accettare che suo padre, dato per disperso, sia morto e che sia giunto il tempo per lei di firmare i documenti di successione.

La qual cosa, incidentalmente, la renderebbe una multimilionaria. Potrebbe così evitare di fare la fattorina in bicicletta per sbarcare il lunario e di accettare, pur di raggranellare qualche soldo, di attaccarsi una coda di volpe al fondoschiena e venire inseguita da una dozzina di altri ciclisti per le strade trafficate di Londra.

Ma a Lara, è evidente, piace complicarsi la vita.

Dopo aver rischiato di ammazzarsi sbattendo contro un’auto mentre era braccata in bici, si convince a seguire il consiglio di colei che dirige la multinazionale del padre in sua vece, Ann Miller (Kristin Scott Thomas) e a sottoscrivere le carte che la rendono erede del patrimonio paterno.

L’avvocato fa però l’errore di consegnarle prima del tempo un gingillo lasciatole da Lord Richard Croft, un rompicapo che lei risolve in 5 nanosecondi netti, e che la porta a correre via l’istante dopo, senza aver firmato nulla.

L’indizio gli era stato lasciato dal padre per condurla nel suo studio segreto, qualora gli fosse successo qualcosa, e bruciare tutte le sue ricerche per evitare che cadessero in mani sbagliate.

Ma niente, Lara non fa mai quello che le viene detto di fare, e si butta alla ricerca del padre, ora che finalmente ha in mano una pista.

La ritroviamo in quel di Hong Kong, in canottiera, pantaloni cargo e zainetto in spalla, a chiedere come la peggio turista fai-da-te “No, Alpitour, ahiahiahi” se qualcuno parla inglese e conosce tal Lu Ren, che da ciò che ha trovato tra gli appunti del padre dovrebbe essere stato assunto da quest’ultimo per raggiungere l’isola dove si trova la tomba della regina Himiko (che alla fine se si chiama Tomb Raider una tomba la si dovrà ben cercare). Come è ovvio che sia, da brava turista sprovveduta, Lara chiede alle persone più sbagliate, si fa fregare lo zaino e scatta la seconda corsa rocambolesca del film, dopo quella in bicicletta nelle strade di Londra. In tutto ciò, però, recupera lo zaino e anche il figlio di Lu Ren, che si convince, dopo il suo discorso appassionato, e soprattutto le mazzette di soldi tirate fuori dagli scarponi, ad accompagnarla alla famigerata isola nel mezzo del benaugurante Mare del Diavolo.

Manco a dirlo ci sarà un naufragio, Lara e Lu Ren jr approderanno giusto nelle grinfie del cattivone di turno (Vogel), ci saranno ancora una serie non indifferente di corse rocambolesche, cadute in cui ci si aggrappa al pelo e con una sola mano al consueto provvido appiglio, salti inverosimili e qualche altra botta da orbi. Diciamo il pacchetto completo che chi ha mai giocato al videogame di Tomb Raider conosce alla perfezione. Non manca anche un discreto numero di momenti alla Indiana Jones ed un rapporto padre-figlia che sarebbe la gioia di ogni psicanalista (e l’incubo di ogni possibile futuro genero).

I lati positivi del film:

La nuova versione di Lara Croft, che risulta almeno in parte convincente: meno “bambolona” rispetto alla Jolie; immersa nel quotidiano al punto da aver problemi a pagarsi addirittura la palestra (anche se, ovvio, piacerebbe a tutti avere questo genere di difficoltà e poi un conto in banca multimilionario che ci aspetta); capace di sbagliare, di essere battuta, di non sembrare (del tutto) indistruttibile (arriva pure a ferirsi -sebbene chiunque altro si sarebbe disintegrato in uguali frangenti – e persino a spettinarsi - un poco).

Il tributo al videogame, i cui rimandi gli appassionati ameranno: Lara corre (un sacco, e come solo nei giochi si può fare), salta, si arrampica (e sempre tirandosi su con una sola mano, la Vikander deve aver fatto talmente tanta ginnastica per prepararsi al ruolo che la prossima volta che dà una carezza a suo marito, Michael Fassbender, c’è il rischio lo attacchi al muro!), risolve puzzle, comprende rompicapi. Nella scena dell’after-credits ha pure la mitica treccia e si sceglie le sue due iconiche pistole, tanto per non dimenticare nessun riferimento e lasciare aperto un possibile seguito.

Forse per emanciparsi almeno in qualcosa dal suo alter ego bidimensionale, però, decide sempre di testa sua, a prescindere da ciò che tutti le suggeriscono. Come se, per una volta, volesse essere lei ad avere in mano i comandi e il joystick. Il che la rende eroina indipendente, come impone la moda attuale.

I lati negativi di Tomb Raider:

Ogni tanto si esagera. Certo, il regista Roar Uthaug ha fatto del suo meglio per rendere il film più realistico rispetto ai precedenti del 2001 e 2003, ma forse anche per questo alcuni momenti “evidentemente inverosimili” stridono ancora di più. Ad un certo punto se ne accorge anche la stessa Lara, che dopo essere caduta in una cascata, da un ramo, da un’ala di aereo provvidenzialmente incastrata da quelle parti, sta per cadere perché l’aereo stesso non trova di meglio che stare per sgretolarsi interamente ed esclama un sentito “Really?”, non credendoci più nemmeno lei.

Anche l’intera scena in cui si muove in classica “modalità furtiva” da videogioco e fa fuori una serie di energumeni armati fino ai denti con un semplice arco (che ricarica alla velocità della luce) pare francamente un po’ troppo, con tutto che si sa che non si tratti di cinema neorealista.

A livello narrativo, appare confuso il fatto che il padre di Lara, per evitare che altri trovino la leggendaria tomba della prima regina giapponese, passi la sua vita a cercarla ed infine praticamente conduca gente senza scrupoli proprio nell’isola dove si trova. Inoltre, sembra che, al di là dell’omaggio al nome Tomb Raider, a nessuno interessi veramente esplorare la tomba di Himiko: il padre di Lara, perché non vorrebbe che nessuno la trovi; Lara, a cui interessa solo trovare il padre; il cattivone, Vogel, che di base sogna solo di andarsene a casa. Magari la passione per i reperti archeologici Lara la svilupperà nei sequel (se ci saranno).

Bilancio totale:

Bello per i fan di Tomb Raider, in particolare per quelli sufficientemente giovani da conoscere solo la versione reboot anche del gioco e non rimpiangere in nessun modo quella cinematografica con Angelina Jolie (che sarà stata anche più inverosimile e fumettistica, ma Angelina è Angelina). Più difficile che attragga moltissimo chi il gioco non lo conosce, perché nonostante qualche accenno di realismo in più, resta un po’ debole come film di azione e avventura in sé e per sé. Brava la Vikander (e che muscoli!).

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