Cinquant'anni fa usciva nelle sale un classico del cinema horror, “Rosemary's Baby”, di Roman Polanski.

Un anno per molti versi cruciale, il 1968, si pensi solo al maggio francese, ma memorabile anche dal punto di vista cinematografico. In quell'anno uscirono infatti anche “2001: Odissea nello spazio” (di Stanley Kubrick), “La notte dei morti viventi” (George A. Romero) e “Hollywood Party” (Blake Edwards).

Di chi è figlio quel bambino?

La storia è arcinota, ma se non l'avete ancora visto ne accenneremo solo per sommi capi. La pellicola racconta di una coppia di provinciali che si trova davanti alla sfida di costruirsi una vita a New York.

Lui è Guy (John Cassavetes), attore all'inizio della carriera, lei è Rosemary (Mia Farrow), una esile e pallida ragazza di campagna. I due trovano casa in un palazzo signorile. Tutti o quasi gli altri inquilini sono più vecchi di loro. I loro vicini di appartamento si chiamano Roman e Minnie Castevet.

La storia prende le mosse dall'invito a cena che i due rivolgono alla nostra giovane coppia. I Castevet, lo si scopre presto, sono un duo molto inquietante, dedito a traffici col demonio. Pian piano la loro influenza su Guy e Rosemary si fa sempre più forte. Minnie regala un amuleto a Rosemary e le dice che è un portafortuna.

A un certo punto la carriera di Guy ha una svolta: gli danno una parte importante, ma la sua soddisfazione è guastata dal fatto che viene a sapere che in realtà gli avevano preferito un altro, ma che poi quello è diventato cieco all'improvviso.

Un figlio

Passano alcuni giorni e Guy dice a Rosemary che vuole avere un bambino. Ha perfino deciso quando sarà concepito: alla fine di settembre.

La notte stabilita per il concepimento mentre Guy e Rosemary cenano al lume di candela Minnie Castevet bussa alla porta. Ha fatto un dolce e lo offre alla coppia. Per Rosemary ha un cattivo sapore e così di nascosto lo getta via quasi tutto. Dopo cena la donna sviene e Guy la adagia sul letto. Quella notte Rosemary ha un incubo: sogna di partecipare in un inquietante festino e di essere posseduta da un essere misterioso e terrificante.

Più tardi vediamo Guy confessare a Rosemary di avere avuto un rapporto con lei mentre era incosciente. Dopodiché scopriamo che la ragazza è finalmente incinta.

Guy ha forse stretto un patto col demonio per salire nella scala sociale?

Di chi sarà figlio quel bambino?

Meglio di Hitchcock

Sul Chicago Sun-Times del 29 luglio 1968 Roger Ebert scrisse che “la miglior cosa che si può dire del film è che funziona.

Polanski ha preso una situazione assai improbabile e l'ha resa credibile”.

Secondo Ebert Polanski supera perfino Hitchcock, che come lui si era cimentato nella descrizione di una donna che piano piano è indotta a sospettare il peggio sul conto del marito (“Il sospetto”, 1941).

Molto lodata da Ebert è anche l'interpretazione di Mia Farrow, allora quasi senza esperienza di Cinema, come anche quella di Ruth Gordon, all'epoca attrice già più che consumata: “Poiché possiamo davvero credere che si tratti due vicine, possiamo anche credere alle fantastiche richieste che alla fine i Castevet rivolgeranno a Rosemary”.

Su un piano più metaforico, per Fernaldo Di Giammatteo il film parla delle contraddizioni della società capitalistica, in cui per “arrivare” non ci si sottrae neppure ai patti col demonio (Dizionario del cinema americano, Editori Riuniti, Roma, 1996).

Il regista

Per Roman Polanski, nato in Polonia nel 1933, “Rosemary's Baby” fu il primo lungometraggio hollywoodiano, ed è facile vedere nel film lo sguardo disincantato di un outsider, che considera la società americana da un punto di vista critico ed esterno.

Quel fattaccio in casa Nicholson

Roman Polanksi e il caso di violenza sessuale: nel 1977 il regista venne accusato di aver commesso violenza sessuale ai danni di una ragazzina di 13 anni, che aveva incontrato in casa di Jack Nicholson.

La ragazza, o bambina, dipende dai punti di vista, si chiamava Samantha Geimer.

Furono sei i capi d'accusa contro Polanski. Il legale della vittima propose che la cosa si risolvesse con un patteggiamento, affinché alla ragazza venisse risparmiato di comparire in tribunale. La pubblica accusa fu d'accordo, e anche l'avvocato di Polanski. L'imputazione fu così derubricata e Polanski si dichiarò colpevole. Il giudice stabilì che si era trattato di un atto sessuale illecito, ma non di stupro. Per via della giovane età della Geimer, fu stabilito che Polanski fosse sottoposto a visita psichiatrica, per eseguire la quale si stabilì che il regista fosse rinchiuso per tre mesi in una prigione di Stato della California.

Dopo 42 giorni, però, ci fu un rilascio anticipato: la valutazione dei medici consigliava la condizionale. A questo punto, però, si venne a sapere che il giudice non avrebbe attuato la proposta e così Polanski decise di lasciare il Paese e rifugiarsi a Londra.

Da allora il regista, che ha la cittadinanza francese, non può recarsi negli Stati Uniti e neppure in qualunque altro Paese che preveda l'estradizione verso l'America.

Tutto ciò, però, non ha gli ha impedito di continuare l'attività di regista: il suo ultimo film, “Quel che non so di lei” [VIDEO], è uscito ai primi dello scorso marzo.