Roberto Arduini, classe 1985, è un autore e speaker radiofonico noto al grande pubblico anche per la sua voce su Radio Rai 2 nel programma I Lunatici, in coppia con Andrea Di Ciancio. Nel corso della sua carriera ha saputo unire intrattenimento e riflessione, costruendo un percorso professionale capace di attraversare media diversi, mantenendo sempre uno stile diretto e autentico.
Con il libro Un chilo d’anima. Metamorfosi di un disturbo alimentare (2026), Arduini affronta il tema dei disturbi alimentari attraverso un racconto personale e profondo, in cui esperienza autobiografica e osservazione sociale si intrecciano.
Il volume rappresenta non solo la testimonianza di un percorso di sofferenza, ma anche una riflessione più ampia sul rapporto con il corpo, l’identità e lo sguardo degli altri.
In seguito alla pubblicazione del libro, la redazione di Blasting News ha contattato Roberto Arduini per un’intervista, con l’obiettivo di approfondire i temi trattati nell’opera e offrire ai lettori uno sguardo diretto sulla genesi del progetto, sulle difficoltà del racconto autobiografico e sul messaggio che l’autore desidera trasmettere.
Roberto Arduini: 'Rinascere è stato smettere di identificarmi con il mio disturbo'
Il tuo libro “Un chilo d’anima” racconta una fase dolorosa della tua vita e i tuoi disturbi alimentari: quando hai capito che era il momento giusto per parlarne?
"Non c’è stato un giorno preciso in cui ho deciso di scriverlo. Non è stato un atto di coraggio improvviso, ma una resa lenta. Ho capito che era il momento quando ho smesso di raccontarmi versioni edulcorate di me stesso. Quando ho compreso che continuare a nascondere quella parte non mi proteggeva più, mi teneva fermo. “Un chilo d’anima” è nato lì: nel punto in cui il silenzio ha smesso di essere una difesa ed è diventato una gabbia".
Ci sono stati alcuni momenti o passaggi del libro che sono stati più complessi?
"I passaggi più complessi non sono stati quelli più “forti” sulla carta, ma quelli più onesti. Scrivere certe cose significa togliersi ogni alibi, smettere di essere simpatico, comprensibile e giustificabile.
Vuol dire guardarsi senza filtri e accettare anche le parti meno raccontabili: la vergogna, la manipolazione, la solitudine che ti costruisci da solo. Quelle pagine non le scrivi: le attraversi".
Come sei riuscito ad affrontare i tuoi demoni e a rinascere?
"Affrontare i miei demoni non è stato un momento epico e né è stata una svolta cinematografica. È stato un lavoro ripetitivo, a volte noioso e spesso frustrante. Cadere, rialzarsi e ricadere. E a un certo punto accorgersi che le cadute fanno meno rumore. Che non sei più definito solo da quello. Rinascere, se proprio vogliamo usare questa parola, per me è stato questo: smettere di identificarmi completamente con il mio disturbo".
Hai mai avuto paura di guarire, nel senso di perdere quell’identità costruita attorno al disturbo?
"Ho avuto paura di guarire. Perché il disturbo, per quanto distruttivo, è anche un’identità. Ti dà un ruolo, una struttura, quasi una coerenza. Lasciarlo significa entrare in uno spazio vuoto dove non sai più chi sei senza quel dolore. È una paura reale, poco raccontata, ma molto presente. Guarire non è solo “stare meglio”, è anche perdere qualcosa che, in modo malato, ti ha tenuto insieme".
Che responsabilità senti nel raccontare un tema che può essere anche innescante per alcuni lettori?
"Nel raccontare questi temi sento una responsabilità forte. Non volevo spettacolarizzare il dolore né renderlo affascinante. Ho cercato di stare su un equilibrio difficile: essere vero senza essere innescante, diretto senza essere compiacente.
So che alcune pagine possono toccare corde delicate, ma credo anche che il silenzio, su certi temi, faccia più danni della parola. La responsabilità, per me, è nella misura: cosa dire, come dirlo e soprattutto cosa non trasformare in racconto".
Se i social non esistessero, pensi che la tua esperienza sarebbe stata diversa o il problema avrebbe solo cambiato forma?
"Se i social non fossero esistiti, probabilmente il problema avrebbe trovato altre strade. I disturbi non nascono da uno strumento, ma da qualcosa di più profondo. I social possono amplificare, distorcere e accelerare. Possono diventare uno specchio deformante. Ma il punto non è lo specchio: è lo sguardo con cui ti guardi dentro. Forse sarebbe stato diverso nella forma, ma non nella sostanza".
Se il Roberto di anni fa dovesse leggere il tuo libro oggi, che reazione avrebbe?
"Credo che all’inizio si difenderebbe. Direbbe che non è così, che è esagerato, che non riguarda davvero lui. Poi, piano piano, riconoscerebbe qualcosa. Magari non tutto. Ma abbastanza da non riuscire più a ignorarlo. E forse sarebbe arrabbiato. Ma è un buon segno: l’indifferenza sarebbe stata peggio".
“Un chilo d’anima” suggerisce una misura dell’invisibile: c’è qualcosa che oggi non misureresti mai più?
"Oggi c’è una cosa che non misurerei più: il mio valore. Per anni l’ho fatto in mille modi—sul corpo, sul controllo, sugli sguardi degli altri. Era una contabilità continua, spietata. Oggi non è che non ci ricada mai, ma ho smesso di considerarla una misura attendibile. Alcune cose, semplicemente, non vanno quantificate. E tra queste, ci siamo noi".