In un contesto globale di crescente instabilità, segnato da trentadue guerre e ventidue aree di crisi, il nostro linguaggio quotidiano manifesta una preoccupante tendenza a divenire sempre più bellicoso. Un’analisi pubblicata sul portale treccani.it da Marco Brando evidenzia come termini quali trincea, prima linea, raid chirurgico, operazione militare speciale, deterrenza, danno collaterale e drone siano ormai di uso comune. A questi si affiancano neologismi come pro-Pal, che identifica i sostenitori della causa palestinese, e sumud, che esprime i valori di resilienza e resistenza del popolo palestinese.

Il lessico si adatta alle tensioni del presente, riattivando espressioni che sembravano confinate nella memoria letteraria o nella storiografia del Novecento, come minaccia esistenziale. In questo processo, i media e i social network giocano un ruolo determinante, selezionando temi, immagini e parole che orientano la percezione collettiva e diffondono un lessico guerresco. Tale dinamica alimenta stati di ansia e allarme, favorendo la polarizzazione, dove la scelta di una parola può implicare una precisa posizione culturale o politica.

Il linguaggio e le sue implicazioni

Il termine genocidio ne è un esempio emblematico: da espressione tecnico-giuridica è divenuto un grido di battaglia politico, generando aspre polemiche tra chi ne denuncia l’uso inflazionato e chi lo ritiene l’unica parola adeguata per descrivere la distruzione di Gaza e il massacro dei suoi abitanti.

Simmetricamente, il concetto di autodifesa è sottoposto a un’intensa analisi critica: per alcuni è il cardine della legittimità, per altri un eufemismo per coprire rappresaglie sproporzionate. Anche la parola arma, già usata in senso figurato durante la pandemia, torna oggi a indicare strumenti concreti di offesa, come nell’affermazione giornalistica: “Le sanzioni da sole non bastano, l’arma contro Putin è anche l’informazione”.

La selezione lessicale operata dai mezzi di comunicazione incide profondamente sulla percezione collettiva, rafforzando dinamiche di contrapposizione e uno stato di allerta sociale. In questo scenario, ogni termine assume una valenza culturale o politica, e la scelta di una parola rispetto a un’altra può implicare una presa di posizione netta rispetto ai temi internazionali più gravi.

La Pasqua: un antidoto alle parole di guerra

Se il linguaggio attuale riflette una realtà segnata da divisioni e violenze, il richiamo alla Pasqua – tradizionalmente legata ai temi della pace, della riconciliazione e della liberazione – può promuovere un uso più consapevole delle parole. Pur nella sua fragilità, la Pasqua può offrire un antidoto al vocabolario comune della condizione umana, che dolorosamente è tornato a essere quello della guerra. L’invito è a riscoprire in questa festività un’occasione per promuovere dialogo e riflessione, evitando che il linguaggio si trasformi in uno strumento di ulteriore divisione e sofferenza.