Oggi si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ecco perché è il caso non solo di riportare fatti di cronaca, ma anche e forse soprattutto è opportuno fermarsi e riflettere.

Mai come in questo periodo i media traboccano di notizie relative a violenze subite da donne, in carriera o meno: dopo il caso Weinstein, che ha fatto da cassa di risonanza per molti altri abusi, è scoppiato un dibattito a livello mondiale.

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Chi ha subito, ha denunciato subito? O lo ha fatto solo dopo? E, se non ha denunciato, come si permette di farlo solo ora, sfruttando la "notizia"? Indubbiamente alcune star che hanno fatto outing sul produttore statunitense solo ora possono suscitare dubbi sulle loro reali motivazioni. Ma non facciamo di tutta l'erba un fascio.

Le fazioni sono due, ugualmente spietate: quella degli uomini che gridano allo scandalo, asserendo che sia ipocrita aprir bocca solo ad anni di distanza, e quella delle donne (fa fatica scriverlo, ma è così) che si scagliano contro altre donne in nome di una coerenza solo ipotizzata: "se non voleva farlo, perché denuncia solo ora?".

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C'è, come sempre è esistita, gente che cavalca l'onda della notizia per farsi pubblicità. Così come esistono persone che sono vittime dell'altrui prepotenza e che cercano di fare del loro meglio per dimenticare brutti episodi che ancora oggi le disturbano.

La paura paralizza

La notizia è che, non tutti lo sanno, ma la paura paralizza.

E' scientificamente dimostrato. Quando viviamo situazioni che ci causano un forte stress emotivo, come un'aggressione, una violenza, entrano in circolo nel nostro cervello delle sostanze chimiche che hanno lo scopo di attutire queste sensazioni e causare ciò che in psicologia si chiama "freezing".

Stiamo parlando di ormoni, nello specifico endorfine, le stesse che l'encefalo rilascia quando siamo felici o innamorati, che ci fanno sentire a quattro metri da terra. Ebbene, le stesse sostanze ci vengono in aiuto nei momenti più drammatici per cercare di farci provare meno dolore: è una sorta di difesa primordiale. Se mettiamo un cerotto, la ferita smette di sanguinare. Se prendiamo un ansiolitico, il panico diminuisce.

Allo stesso modo, la paura scatena questa reazione chimica che è del tutto involontaria, sia chiaro. Anche molti animali cadono sotto l'effetto di questa sorta di narcotico naturale, e lo fanno spesso a spese della loro stessa vita: immobilizzandosi, cadendo a terra svenuti, a volte scampano alla morte, ma in altri casi il predatore si approfitta meglio di loro, perchè sono immobili: li può divorare.

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Oltre al danno, la colpa

Come si può sentire un essere umano, donna, uomo, ragazzo, bambino, anziano, che viene abusato fisicamente o psicologicamente e che ha subito questa paralisi?

Nella maggior parte dei casi si sente inesorabilmente in colpa. Perché non ha reagito. Perché non è stato tanto forte da riuscire a scappare, a malmenare, a sottrarsi al suo carnefice.

Quindi si macera, convincendosi di esserselo meritato, di avere, forse, provocato l'aggressione, e solo l'idea di parlarne lo fa sentire uno sporco colpevole, per di più codardo, un vile.

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Anzi, spesso non ne può parlare con nessuno perché, se lo facesse, sarebbe giudicato male, oppure le possibili ritorsioni del suo carnefice lo terrorizzano. O, in alcuni casi, chi lo ama (ad esempio un genitore) può reagire violentemente verso l'aggressore, mettendo a repentaglio la propria fedina penale o addirittura la propria vita. Ecco quindi che spesso, in individui che sono stati abusati, emerge un senso di inadeguatezza, di non meritare la comprensione altrui, perché non è stato in grado di reagire.

Il peso del giudizio

Ecco perché ci sono dei casi in cui la vittima non denuncia il carnefice: si vergogna della sua debolezza. Si sente in colpa per avere ceduto, perché nel momento in cui ha subito violenza il suo corpo era presente, ma - per fortuna, aggiungiamo, - la mente era riuscita a dissociarsi, salvaguardando il suo apparato psichico che, se fosse restato vigile per tutta la durata dell'atto, non avrebbe superato il trauma, avrebbe forse ucciso, ma molto più probabilmente non avrebbe retto al dolore, con conseguenze devastanti per la sua psiche.

Al di là di chi sfrutta il sensazionalismo, di chi finge di avere sofferto ma ha invece agito per interesse, ascoltiamo, in silenzio, e piuttosto taciamo. Sembra che tutti abbiamo qualcosa da dire, soprattutto oggi quando basta un tweet, un post su Facebook, per renderci degli esperti nel "come si deve vivere".

Questa è l'unica vita che possiamo vivere; nessuno ci ha fornito un manuale d'istruzioni. Per tutte le donne e gli uomini, per tutti i bambini e le bambine, per tutti gli anziani ed i disabili che non sanno e non hanno potuto reagire, non giudichiamo. E cerchiamo, piuttosto, di trovare dentro di noi alcuni dei doni più belli che gli esseri umani, hanno ricevuto: quello della Compassione, quello dell'Umanità.

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