La crisi è di tutti e non risparmia nessuno, famiglie e imprese sono praticamente allo stremo delle loro forze, e l'Imu, la nuova imposizione fiscale sugli immobili di proprietà introdotta in via sperimentale dal governo Monti in sostituzione della vecchia Ici, sembra aver dato il colpo di grazie e da molti viene indicata come una delle principali cause che hanno nuociuto al settore edilizio e al settore immobiliare, già in difficoltà per questioni fisiologiche di mercato.



Già il nuovo governo Letta per tenere fede agli impegni presi con Berlusconi, che quasi subito minacciò la fiducia al governo proprio nell'ambito del discorso abolizione rimodulazione Imu, ha promesso d'intervenire a breve sembra elimando l'imposizione sulle prime case (ma non c'è nulla di sicuro per il momento), quello che è certo e che tutte le categorie da associazioni di consumatori a uqelle delle attività produttive, sono di comune accordo sul fatto che questa tassa va rivista.





Proprio dell'imposta gravante sulle aziende vogliamo parlare oggi, infatti ad onore del vero è necessario ricordare che tra tutte le categorie sono proprio le imprese ad aver subito il salasso più drammatico (molte si sono indebitate per pagare l'imposta, altro che investimenti e competitività), si parla, e si è parlato visto che il primo hanno d'imposta è stato già pagato, di un'aumento di oltre il 50% rispetto alla vecchia Ici; questo in molti casi ha portato ad esborsi, per esempio per capannoni di media grandezza, di circa 30 mila euro aggiuntivi nei confronti dell'Ici, è chiaro quindi che costi di questa entità non possono che aumentare le probabilità di fallimento di aziende già nei guai fino al collo.





Da qui quindi l'interesse del governo Letta anche in questo frangente, si tratterebbe, secondo recenti indiscrezioni, di una riduzione sull'imposizione dei beni strumentali, o per meglio dire della non possibilità per i comuni di aumentare, come precedentemente previsto dalla legge, le aliquote base per il calcolo della stessa; certamente siamo in presenza di un segnale positivo nei confronti delle imprese italiane, ma sarebbe comunque veramente insufficiente per dare luogo ad una ripresa maggiormente consolidata che possa reinnescare la crescita di cui oggi tanto abbiamo bisogno; altri sono i veri problemi, a partire dal costo del lavoro fino ad arrivare all'avvitamento della spesa procapite sui consumi