Da sempre la riunione mensile della BCE per la determinazione del tasso di rifinanziamento alle banche viene indicato come un giorno importante per l'economia da cui trarre utili indicazioni sul futuro, a breve o medio termine, dell'economia europea. Presupposto empirico ed infruttuoso, tant'è che sarebbe il caso, come facevano gli antichi romani, di valutare il futuro dell'economia dalla direzione che prendono gli uccelli in volo.

Il 5 giugno scorso il tasso di "rifinanzimento" è stato portato allo 0,15 %, quello sui depositi allo 0.10% negativo (al fine di tassare / scoraggiare la creazione di depositi bancari presso la BCE).

Sul mercato domestico i tassi sui finanziamenti liberi viaggiano fra il 3 ed il 13-14% a seconda del grado di solvibilità del soggetto / impresa finanziata e degli innumerevoli "costi fissi" e "commissioni" applicati dalle banche a prescindere da importi finanziati e loro durata.

Questa abissale differenza fra il tasso di "acquisto" e quello di "rivendita" del denaro è dovuta al fatto che, con buona probabilità, la persona/l'impresa finanziata non sarà in grado di restituire quanto ricevuto a credito.

Effettivamente c'è da riflettere su una circostanza: quand'anche - per spingere gli investimenti - "per legge" si obbligasse le banche a concedere credito a tassi simili a quelli vigenti fra Banche e BCE, se il debitore non trae profitti dall'investimento si determineranno insolvenze con grave riflesso sul futuro dell'imprenditore ed anche della banca finanziatrice.

Questa situazione, ben nota alle banche, impone l'applicazione di una logica di sopravvivenza puramente assicurativo-mutualistica sul tasso: i soggetti che rimborseranno, con i loro interessi, copriranno le perdite che subiranno dagli inadempienti.

Il paradosso del tasso è il seguente: qualcuno può indebitarsi per investimenti con un ritorno netto del +25%, anche al 15%; per contro sono inutili tutti gli investimenti con ritorni negativi, anche se finanziati a tasso zero.

Il tasso, in quanto tale, non c'entra mai, se si pochissimo.

L'economia giapponese da più di venti anni viaggia con tassi dare o avere prossimi allo zero dando prova della "neutralità" della sua funzione.

Il costo del denaro è uno dei fattori, ma il meno significativo.

Efficaci risultano le innovazioni tecnologiche o di prodotto, il costo del lavoro, la tassazione dei lavoratori e delle imprese, l'onere di importanti ed efficaci infrastrutture nazionali che diventano un ulteriore onere occulto per le imprese ( tempi e modalità di trasporto delle materie prime o dei prodotti finiti).

La burocrazia se è ottusa e risponde a governi centralisti e miopi, specie se fatta con leggi intricate, è un onere ulteriore e diretto che gonfia i costi di impresa.

In sintesi estrema: la politica dei tassi è inutile se non è accompagnata da una visione di insieme su come rendere "vantaggioso" investire in settori precedentemente ben analizzati, delimitati, incentivati a sicuro positivo ritorno economico.