Ora è ufficiale. Il Governo di Cuba ha finalmente in agenda di valutare l'adesione al Fondo monetario internazionale (Fmi), ed eventualmente formulare una domanda formale in questo senso. E così, alcuni esperti stranieri starebbero assistendo l'Esecutivo dell'Avana - secondo quanto riporta la stampa internazionale - in quest'operazione. Del resto la Nazione caraibica è uscita dall'istituzione (sbattendo la porta) nel 1964 - cinque anni dopo la Rivoluzione - pur essendone stata tra le fondatrici.

Dell'importanza che avrebbe - per il Paese socialista - l'adesione al Fondo, aveva già parlato (in un'intervista alla "Stampa" di dicembre) Andrea Montanino. Secondo l'ex direttore Fmi per l'Italia (sino al novembre 2014), non solo è finalmente «caduto il veto Usa», ma detta adesione - come dimostra il caso cinese - non imporrebbe nessun cambio di regime politico.

Come sopravvive Cuba?

Sino a oggi i cubani riescono a vivere - e in certi casi a sopravvivere - solo grazie a tre voci finanziare, le quali assicurano oltre il settanta per cento delle entrate in valuta pregiata.

Grazie al turismo, alle rimesse familiari e alla fornitura di servizi medici, Cuba riesce a raggranellare circa 8.850 milioni di euro l'anno: una somma certo ragguardevole ma insufficiente per innescare un vero circolo virtuoso. Un processo cioè, che sappia portare la popolazione fuori dalle secche del sottosviluppo, e verso il benessere sociale.

Nell'Isla grande mancano i capitali necessari per finanziare la progressiva liberalizzazione dell'economia, modernizzare le infrastrutture, e soprattutto garantire la sostenibilità di prestazioni sociali degne di questo nome.

E ciò a causa dell'irrilevanza di due voci, che sarebbero invece assolutamente necessarie per l'Isola: da un lato, la pochezza del risparmio interno, e dall'altro, l'esiguo accesso alle linee internazionali di credito.

L'unificazione monetaria è ancora lontana

Sostengono gli analisti, un appoggio (almeno tecnico) del Fondo monetario internazionale, potrebbe aiutare l'Esecutivo castrista nella complessa transizione verso una sola moneta.

Del resto - secondo gli a volte vituperati ambienti finanziari internazionali - il dualismo monetario cubano (il peso convertibile e la moneda nacional) rappresenterebbe ormai una dannosa zavorra. E tuttavia l'auspicata unificazione - graduale quanto si voglia - non potrà essere semplice, né indolore. Se, infatti, certe riforme strutturali sono imprescindibili, sia per assicurare un minimo di competitività al Paese, sia per sia rendere appetibile il suo export (oltre che per seguire il modello vietnamita), va da sé che togliere di mezzo il peso cubano convertible (Cuc) innescherà una forte spirale inflazionistica, e soprattutto, una pesante riduzione del potere d'acquisto di salari statali, che già - nella sostanza - non ne hanno.

In attesa dei finanziamenti della Bid

Insomma Cuba, per molti osservatori, non può più contare solo sulla speranza d'investimenti stranieri diretti, o linee di credito bilaterali. E come ha affermato Héctor Torres, ex direttore esecutivo Fmi, il Paese caraibico potrà anche essere sgradito politicamente - in ogni caso deciderà a maggioranza semplice il Consiglio esecutivo dell'organo - «ma compie chiaramente i requisiti per formulare l'adesione al Fondo».

E una volta membro dell'organo, Cuba potrà attingere ai finanziamenti della Banca interamericana di sviluppo (Bid) sinora preclusi per la sua non appartenenza all'Organizzazione degli Stati americani (Osa).

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