A pochi giorni dalla vittoria del NO al referendum costituzionale, l’incertezza continua a dominare la scena italiana e internazionale. Nelle ultime ore si sta diffondendo la notizia del severo giudizio di Moody’s e Fitch, note agenzie di rating, nei confronti dell’Italia, mentre l’Unione Europea sembra ridimensionare la gravità della situazione.

Le previsioni negative di Moody’s

Dopo anni di stabilità Moody’s, una delle agenzie di valutazione del credito più importanti al mondo, ha tagliato l’outlook italiano abbassandolo al livello negativo; stessa cosa ha fatto Fitch, altra nota agenzia di rating.

Diminuiscono le speranze di crescita ma rimane per fortuna invariato il rating del Paese, fermo al livello Baa2, comunque pericolosamente vicino all’insufficienza. Le nere previsioni per il futuro lasciano intendere un possibile declassamento nei prossimi mesi.

Le motivazioni della scelta di Moody’s sono due: da una parte il rallentamento dei progressi nelle riforme economiche e fiscali italiane; dall’altra l’instabilità politica che espone l’Italia a “shock improvvisi” e a prospettive di crescita affatto convincenti.

Sviluppo economico e produttività stagnanti, sottolinea Moody’s, si aggiungono alla zavorra dell’elevato debito pubblico, che avrebbe ulteriormente perso garanzie con la vittoria del NO. Eloquente la situazione delle banche: la ricapitalizzazione del Monte dei Paschi da 5 miliardi è congelata in attesa di avere segnali dagli investitori stranieri; più in generale è l’intero sistema del credito italiano ad avere bisogno di una ricapitalizzazione significativa.

Speranza dall’Europa

Moody’s e Fitch hanno espresso un chiaro giudizio, ma l’Europa sembra voler ridimensionare la gravità della situazione e il peso delle due agenzie: tempo fa Mario Draghi, presidente della Bce, aveva affermato che è importante «imparare a vivere senza le agenzie di rating». L’eventuale riduzione del rating italiano rimane da non sottovalutare, perché potrebbe avere effetti pratici sul debito pubblico – ad esempio sotto certi limiti alcuni fondi non possono più acquistare i titoli di stato di un Paese.

Il primo dato confortante è la reazione positiva dei mercati finanziari, contro ogni previsione degli analisti. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari, si dichiara fiducioso a Public Sénat: «No, non temiamo una crisi bancaria. C’è una crisi politica, ma allo stesso tempo una continuità. Un partito maggioritario alle due Camere, un uomo, Matteo Renzi, che resta al potere e svolge gli affari correnti, il presidente della Repubblica farà consultazioni per la formazione di un governo».

Anche il Fondo Monetario Internazionale ha espresso il proprio parere per mezzo del responsabile della comunicazione, Gerry Rice: l’Fmi ha preso atto della scelta del popolo italiano e si limita a rinnovare l’invito a continuare gli sforzi per riformare e migliorare le prospettive di crescita e stabilità.

Sembra essere troppo presto per fare un bilancio lucido della situazione. I pareri ad oggi espressi forniscono quattro indicazioni: in primo luogo, ogni opinione va contestualizzata al coinvolgimento di chi la esprime, dal momento che l’interesse finanziario delle agenzie delinea un quadro diametralmente opposto rispetto a quello degli enti europei, più preoccupati a mantenere la stabilità; in seconda battuta, le previsioni e le statistiche stanno vivendo un brutto periodo, in quanto sembrano interpretare sempre peggio gli effettivi andamenti e gli umori di tutti, mercati, associazioni, cittadini; terzo, le aziende di rating e i rappresentanti internazionali possono essere facilmente smentiti dai fatti, ma mantengono una rilevante influenza, dunque può essere saggio tenere presente anche il loro giudizio, quando si votano decisioni importanti; da ultimo, tutti sono d’accordo che l’Italia ha bisogno di riforme radicali.

Sarà il futuro a decidere a chi dare ragione: la speranza europea o il disfattismo di Moody’s?

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