Electrolux ha annunciato un piano di riorganizzazione in Italia che prevede il taglio di 1.719 posti di lavoro e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi. La notizia, comunicata il 25 maggio al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), ha generato forte preoccupazione nel panorama industriale e sindacale italiano.

I tagli occupazionali nei siti produttivi

Il piano di ridimensionamento impatta su diversi siti. A Porcia, il personale passerà da 571 a 309 dipendenti (-262 unità). A Solaro, si scenderà da 615 a 398 addetti (-217 posti).

A Forlì, la forza lavoro diminuirà da 683 a 345 (-338 posizioni). A Susegana, i lavoratori si ridurranno da 728 a 418 (-310 unità). La decisione più drastica riguarda la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, con la perdita di tutti i 170 posti di lavoro.

Le ragioni economiche della riorganizzazione

Le motivazioni alla base della riorganizzazione sono state ricondotte dall’azienda all’elevato costo delle materie prime, dell’energia e del lavoro in Europa, rendendo la produzione meno competitiva rispetto ad altre regioni. In particolare, il costo dell’acciaio europeo è circa il 31% più caro rispetto alla Cina. La manodopera in Europa occidentale risulta fino a otto volte più costosa rispetto all’Asia, mentre il costo dell’energia è quasi il doppio rispetto all’Asia e oltre il doppio rispetto alla Turchia.

Questi squilibri economici hanno spinto Electrolux a rivedere la propria strategia.

La protesta sindacale e il vertice al Mimit

L’annuncio ha provocato una reazione immediata delle organizzazioni sindacali Fiom, Fim e Uilm, che hanno definito il piano “inaccettabile”. È stato proclamato lo stato di agitazione permanente e indetto uno sciopero nazionale di otto ore. I sindacati hanno sollecitato un intervento urgente del Governo e il coinvolgimento delle istituzioni locali. In risposta, il ministro Adolfo Urso ha convocato per il 25 maggio un tavolo di confronto presso Palazzo Piacentini. All’incontro hanno partecipato vertici aziendali, rappresentanze sindacali e delegati delle Regioni interessate: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto. L’obiettivo è stato analizzare le ricadute occupazionali e industriali e individuare soluzioni per salvaguardare l’occupazione e la continuità produttiva degli stabilimenti italiani.