Sono passati oramai tre anni dall’attentato in Rue Nicolas Appert. Era il 7 gennaio 2015 quando i fratelli Kouachi, armati di AK47, entravano nella sede parigina del settimanale Charlie Hebdo e aprivano il fuoco sui dipendenti, uccidendo 12 persone. Nei giorni a seguire, la folla nelle piazze di tutta Europa urlava arrabbiata: “Je suis Charlie”.

Oggi, la copertina dell’edizione speciale di Charlie Hebdo raffigura uno dei redattori che si affaccia allo spioncino di un bunker: “Il calendario dell’Isis? Abbiamo già dato”, incorniciato dalla scritta: “Tre anni in una scatola di conserve”.

Da tre anni, infatti, la redazione del giornale parigino è sottoposta a una vita in gabbia.

Dopo l'attentato, le condizioni sono di massima sicurezza: equipaggiamenti, agenti privati e una redazione bunker sempre presidiata.

“Ogni anno spendiamo tra 1 e 1,5 milioni di euro per la sicurezza della redazione”, spiega il direttore Riss nel suo editoriale, sono l’equivalente della vendita di 800.000 copie. Secondo le cifre riportate dalla BFM Business e confermate dalla AFP, gli incassi del giornale sono crollati dagli oltre 60 milioni di euro del 2015 ai 19,4 milioni di euro del 2016. La libertà di espressione “è diventata un prodotto di lusso”, sottolinea Riss.

L' appello per il giorno della commemorazione

Ieri, 1500 persone si sono riunite nel teatro delle Folies Bergère, nel cuore di Parigi, per lanciare un appello alla lotta contro ogni forma di 'comunitarismo' etnico o religioso e in difesa dei principi fondamentali della République: Libertà, Uguaglianza e Fraternità.

Purtroppo, dobbiamo ricordare che ancora oggi, in 71 paesi, la blasfemia viene considerata un reato.

“In molti luoghi del pianeta, riportare i fatti viene considerato un comportamento eretico – dichiara Christophe Deloire, segretario generale di Reporter Sans Frontieres – I fanatici non reprimono e minacciano solo i vignettisti, sottoposti a violenze estreme, attaccano anche i giornalisti che indagano sui religiosi e molto oltre sui fatti della società e della vita pubblica. Le proibizioni di questi fanatici vanno ben oltre il campo della religione. In nessun caso la nozione di blasfemia giustifica un'eccezione alla libertà di informare. Questo è contrario al diritto internazionale, quindi chiediamo l'abolizione, nella legislazione, di qualsiasi limitazione della libertà di informazione in nome della religione".

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