Sì, è vero, prima di drammatizzare troppo sulla situazione lavorativa italiana, bisognerebbe fare bilanci di più ampio respiro e non logorarsi in stillicidi di cifre mese per mese, però quello che emerge dagli ultimi dati dell’Istat sulla disoccupazione, soprattutto giovanile, non è molto incoraggiante.

L’ultimo dato a livello nazionale dei disoccupati italiani è del 12,7%, con il non invidiabile record del 44,2% riguardante i giovani, una cifra che non si raggiungeva dal 1977.

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Il Meridione rimane fermo

Rispetto ad un Nord che cresce di qualche decimale, c’è un Meridione che proprio non si muove: dal 2000 al 2013, cioè in un periodo toccato solo alla fine dalla crisi, il Sud è cresciuto, in proporzione, metà della Grecia.

Nel Mezzogiorno la disoccupazione generale raggiunge il 20% e, per quanto riguarda gli under 24, tocca il 56%. Per le donne i dati peggiorano ulteriormente: due donne su tre sono senza lavoro e, se sono giovani, il rapporto sale a quattro su cinque. Al Sud il rischio povertà riguarda una persona su tre e, nel 2014, si sono registrate solo 174mila nascite, una cifra irrisoria che non si verificava da 150 anni, dai tempi cioè dell’Unità d’Italia.

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I commenti del governo e le reazioni dei sindacati

Il governo (dopo la mazzata del Fondo Monetario Internazionale che, qualche giorno fa, profetizzava e quantificava in venti anni il tempo, per l’Italia, per ritornare ai livelli di occupazione pre-crisi) deve ora ingoiare quest’altro rospo che viene dall’Istat.

Il ministro del Lavoro Poletti ha detto, però, che “i numeri di giugno confermano che siamo di fronte a dati soggetti a quella fluttuazione che caratterizza una fase in cui la ripresa economica comincia a manifestarsi”.

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I tre maggiori sindacati, invece, allarmati da delle cifre che confermano le previsioni peggiori, dicono che il Jobs Act è insufficiente e che il governo deve fare di più.

La Cisl, in particolare, chiede che il governo vari un vero programma per la crescita, dotato di investimenti di qualità. La Uil dice che bisogna fare di più per invogliare le aziende ad assumere, mentre la Cgil chiede di cambiare il Jobs Act, varando delle vere politiche attive e ideando un sistema di ammortizzatori che rispondano alle esigenze del mercato del lavoro.

 

 

 

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