Non avrà un percorso parlamentare facile, o comunque ampiamente condiviso, la manovra di bilancio varata nei giorni scorsi dal consiglio dei ministri che ha escluso gli interventi per la riforma Pensioni dopo mesi di attese alimentate dalle promesse del premier e leader del Pd Matteo Renzi ma anche dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti. Acque agitate nella maggioranza e nel Partito democratico. Oltre che con le opposizioni e i sindacati l'esecutivo deve fare i conti all'interno della sa maggioranza che già reclama cambiamenti in sede parlamentare alla finanziaria in modo da inserire nuove modalità di accesso alla pensione anticipata introducendo nuovi elementi di flessibilità per l'uscita dal lavoro qualche anno primo rispetto al requisito anagrafico fissato a 66 anni e passa dalla contestatissima legge Fornero.

Riforma pensioni, nuova spaccatura nel Pd di Renzi

Ed esprimere in questi giorni a più riprese il dissenso sulla legge di Stabilità 2016 e in particolare per il mancato inserimento di nuovi meccanismi per il prepensionamento la minoranza del Pd. A far sentire la loro voce sono stati i parlamentari, Cesare Damiano e Alfredo D'Attorre. Il primo, che guida la commissione Lavoro pubblico e privato di Montecitorio ha fatto sapere di considerare negativa la manovra di bilancio senza flessibilità in uscita e che auspica che dei cambiamenti in questa direzione possano essere introdotti durante l'iter parlamentare del testo.

"Continueremo la nostra battaglia", ha dichiarato ieri sera Damiano. Mentre oggi (17 ottobre) a far sapere che non voterà la finanziaria 2016 così com'è Alfredo D'Attorre. "Senza correzioni profonde - ha dichiarato - la ritengo invotabile. Renzi se la approvi - ha aggiunto in un'intervista pubblicata oggi sul Corriere dela Sera - con i voti di Alfano e di Verdini, non certo con il mio". Le altre volte la minoranza Pd, vedi su Jobs act e legge Buona Scuola, ha votato anche per senso di responsabilità, mentre alcuni hanno preferito uscire dal partito, come Stefano Fassina e Pippo Civati.

Questa volta tra i Damiano, D'Attorre, Cuperlo, Bersani e via dicendo preverrà il senso di fedeltà al partito e alla sua maggioranza.

D'Attorre: voto no a questa legge Stabilità di destra

"Stavolta per me - ha sottolineato D'Attorre nell'intervista al Corsera - prevarrà la fedeltà al programma col quale siamo stati eletti nel 2013". Nuove fughe dal Partito democratico? "E' del tutto ovvio - ha detto il parlamentare dem invitando il resto della minoranza a riflettere - che un voto contrario implica conseguenze politiche.

A D'Attorre quella di Renzi appare come una legge di Stabilità di destra. "Al centro c'è - spiega - l'abolizione della tassa sulla prima casa per tutti, compresi i proprietari di castelli".

E mentre si abolisce per tutti, anche per i più ricchi, la tassa sulla prima casa "si riduce - ha sottolineato il parlamentare - la spesa per la sanità in rapporto al Pil". Mentre sulla questione delle pensioni "non c'è nulla per la flessibilità". E per il rinnovo dei contratti nella Pubblica amministrazione? "Briciole persino insultanti - secondo D'Attore - per i dipendenti pubblici". E gli investimenti per il Mezzogiorno?

"Sul Sud siamo alle chiacchiere". La "ciliegina sulla torta" della manovra che D'Attorre considera "il frutto dell'abbraccio con la destra" da Angelino Alfano a Denis Verdini, è l'aumento della soglia per l'uso del contante.

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