Le Pensioni con quota 100 saranno la novità più importante per il sistema previdenziale nel 2019. Ormai appare certo, anche se in attesa della legge di Bilancio è ancora necessario utilizzare l’ipotetico, che la quota 100 sarà varata. L’ipotesi di prepensionamento che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due leader dei partiti di maggioranza nonché entrambi vicepremier, stanno portando avanti da tempo, adesso deve essere varata. Sulla misura le indiscrezioni sono costanti e continue, perché la misura deve essere sostenibile per i conti pubblici e vanno ben delineati i requisiti di accesso.

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Le ultime novità infatti riguarderebbero i requisiti di uscita, sia di età che di contribuzione e la decurtazione di assegno da applicare alle pensioni anticipate erogate con quota 100.

Da questi elementi ancora in fase di studio, si determinerà il costo che la misura avrà per lo Stato. Evidente che l’intenzione dell’esecutivo, che è anche una necessità vista la pochezza di risorse disponibili, resta quella di inserire paletti e limitazioni atte a ridurre la platea dei destinatari di quota 100 e contestualmente, ridurre l’impatto della misura per i conti pubblici.

Tra dubbi, incertezze e perplessità dei cittadini interessati alla novità pensionistica, bisogna fare chiarezza su come funzionerebbe la misura in base alle ultime voci provenienti da fondi vicine al dossier pensioni sul tavolo dell’esecutivo.

Platea ridotta

Da che età si potrà richiedere la quota 100 è una delle domande più frequenti che si pongono i lavoratori. Allo stato attuale delle cose, probabile che l’età pensionabile minima che sarà applicata alla misura resterà i 62 anni proposti da Matteo Salvini.

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Infatti, essendo la quota 100 una misura che, salvo sorprese, dovrebbe sostituire l’Ape sociale (va in scadenza il 31 dicembre e dal governo non traspare l’intenzione di prorogarla), Salvini vorrebbe consentire un miglioramento rispetto proprio all’anticipo pensionistico sociale che come si sa, prevede l’età di uscita a 63 anni. Il nodo cruciale adesso si sposta sui contributi necessari per poter centrare l’uscita. Infatti come funziona la quota 100 è cosa risaputa, con la somma di età e contributi che deve arrivare proprio a 100.

Per un soggetto di 62 anni i contributi da racimolare sarebbero 38. Questa la prima combinazione possibile per uscire dal lavoro con il nuovo strumento previdenziale.

La soglia minima dei contributi utili a far rientrare i lavoratori in questa misura è elemento molto importante per stabilire la definitiva platea di soggetti a cui destinarla. E dalle indiscrezioni sembra che l’orientamento del governo preveda 36 anni minimi di contribuzione. Con questa soglia, a 62+38 si aprirebbero le porte per la pensione solo ad altre due combinazioni, cioè 63+37 e 64+36.

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Una notevole circoscrizione del perimetro di applicazione della misura, che sarebbe non utilizzabile da chi ha 65 anni e 35 di contributi piuttosto che 66 e 34.

Fino al 15% di pensione in meno

In definitiva, nulla da fare per chi non ha 62 anni di età e chi non ha ancora 36 anni di lavoro alle spalle, naturalmente coperto da contributi. Probabile anche il tetto dei due anni di contribuzione figurativa utilizzabile, che ridurrà ancora di più i potenziali aventi diritto alla quota 100.

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Un altro tassello da considerare poi, sarà l’inevitabile decurtazione dell’assegno che sarà imposto a chi vorrà utilizzare la misura. Sembra che verrebbero previsti tagli di pensione per ogni anno di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia a 67 anni, come previsto dalla riforma Fornero a partire dal prossimo 1° gennaio.

Chi sceglierà di anticipare la pensione con quota 100 dovrebbe vedersi ricalcolare l’assegno di quiescenza con il meno vantaggioso sistema contributivo. Lo svantaggio, secondo le stime sarebbe in media tra il 10 ed il 15% a pensionato. Dando per scontato il taglio, adesso il lavoro del governo sembra vertere sul meccanismo di questa decurtazione. Si ipotizzano due vie, cioè il taglio permanente della pensione o quello temporaneo. Per la prima ipotesi, si abbasserebbe la percentuale di decurtazione per ogni anno di anticipo rispetto ai 67 anni. Una penalizzazione che stando alle ultime voci, potrebbe assestarsi tra lo 0,5 e l’1% all’anno, ma per tutta la vita del pensionato. Nell’ipotesi di un taglio temporaneo, il taglio partirebbe dal 5/7,5% ma sarebbe depennato dagli assegni pensionistici al compimento dei 67 anni di età.

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