I dati sull’occupazione 2018 forniti dal rapporto annuale ISTAT rilevano che ogni 10 laureati ben 8 sono occupati. Dunque, la laurea serve perché oltre a fornire un bagaglio di conoscenze e competenze di base, permette di trovare Lavoro con più probabilità. Sì, ma quale lavoro? Uno su tre ha un contratto a tempo determinato, a conferma della crescita del precariato che il Decreto Dignità dovrebbe contrastare.

Molti rischiano di ritrovarsi con una laurea inutile perché hanno un lavoro sotto qualificato rispetto ai loro studi. In generale quasi due milioni di cittadini, 1,8 per la precisione, risultano sovra-istruiti per il lavoro che fanno. Si tratta del 32% della popolazione attiva (20-64 anni), percentuale che sale al 42% tra i giovani laureati (20-34 anni), quasi la metà. Sono cittadini che hanno investito tempo e denaro per la propria formazione, hanno competenze acquisite e professionalità eppure non le utilizzano a pieno.

L’identikit dei sovra istruiti

Il titolo di studio più diffuso tra i sovraistruiti è la laurea magistrale (il 46% dei giovani laureati), dopo la laurea di primo livello, e in discipline afferenti perlopiù all’area socio-economica e giuridica (il 54%), umanistica e dei servizi (48%). Va meglio per chi è laureato in discipline tecniche o scientifiche e soprattutto in scienze della salute, che si rivelano lauree più spendibili nel mondo del lavoro.

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Gli stranieri laureati non sono da meno: il 68% è riuscito a trovare lavoro solo in mansioni da bassa qualificazione, con meno diritti, tutele e retribuzione. Il divario è molto più accentuato per le donne (il 71%) che in generale risultano essere le più colpite anche nella statistica nazionale: il 36% del totale e addirittura il 44% delle giovani laureate, poco meno della metà.

Tra i settori economici è più probabile trovare un giovane sovra-istruito nel settore alberghiero e della ristorazione (ben 8 lavoratori su 10 sono laureati) e, a sorpresa, nel settore finanziario e assicurativo (il 67%), mentre il settore dell’istruzione, sanità e servizi sociali presenta la minore incidenza (17%).

Le imprese più coinvolte sono le microimprese (il 58%) e il divario tra titolo di studio e mansione appare più evidente negli esercizi commerciali di maggiore dimensione.

Il bug del mercato del lavoro

Qualcosa non funziona nell’incontro tra domanda (da parte delle imprese) e offerta di lavoro (da parte dei lavoratori). Infatti, circa 6 su 10 dei giovani laureati che hanno trovato lavoro dal “passaparola” di parenti e amici, e non dai tradizionali canali di reclutamento, risultano sovra-istruiti.

I laureati stranieri, poi, riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro soltanto tramite le reti sociali a cui appartengono. La conseguenza è una sorta di standardizzazione del lavoro degli stranieri: le donne sono soprattutto collaboratrici domestiche e assistenti familiari, le professioni occupate dagli uomini sono poco più di dieci.

Il reclutamento è il nodo da sciogliere?

Da un recente studio Istat sulla struttura del costo del lavoro in Italia, le spese per l’assunzione del personale costituiscono solo lo 0,1% del costo totale del lavoro e non sono neanche da sole; il dato è comprensivo di altri costi connessi al lavoro, come le spese per gli indumenti di lavoro o le sanzioni a carico del datore di lavoro.

Anche le spese di formazione professionale incidono pochissimo, solo lo 0,2%. In pratica, il costo del lavoro rilevato è composto quasi esclusivamente da retribuzione e contributi sociali.

L’alto costo del lavoro potrebbe aver disincentivato le imprese, soprattutto di piccola dimensione, a dotarsi di migliori sistemi di selezione del personale.

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