Accade troppo spesso in Italia che le idee più decisive muoiano all'alba, come i sogni. Così è avvenuto per il licenziamento dell'orchestra e del coro che l'Opera di Roma aveva annunciato poco giorni fa, dopo l'abbandono del Maestro Muti, a seguito delle ultime intemperanti azioni sindacali, con le relative cancellazioni di spettacoli e la conseguente rarefazione degli spettatori paganti.

Oggi pare che sia stato raggiunto un accordo, ancora soggetto alla mitica approvazione della base, in relazione al quale l'Opera di Roma recede dal suo intento di razionalizzare i costi, attraverso le esternalizzazioni, ovvero il licenziamento dei dipendenti e la stipula di un contratto di servizio anche con gli stessi licenziati, mentre orchestra e coro rinunciano ad una piccola parte dei compensi e indennità conquistati in anni di disattenzione alla gestione del Teatro.

Va detto, per correttezza, che una disattenzione gestionale più o meno accentuata si può trovare in tutti i teatri e nelle diverse istituzioni culturali prevalentemente sovvenzionate dallo Stato. Dal momento che, anche in queste realtà, in cui la cura dello spettatore/cliente dovrebbe essere massima, è diffuso un atteggiamento di sufficienza, se non di dispregio, degli utenti. Detto in altri termini, un atteggiamento tipico del dipendente statale che, nell'immaginario collettivo, peraltro suffragato da molte inchieste, fa sempre i comodi suoi; la qual cosa non è più vera, perché in moltissimi casi il famoso, per non dire famigerato statale, specialmente quando si trova faccia a faccia con il cittadino, è gentile, attento ed efficiente.

Ma questa mutazione di comportamento non si ritrova nei professori d'orchestra o nei coristi che, malgrado le loro competenze, o forse proprio per questo, hanno un atteggiamento di sufficienza e di superiorità nei confronti di un pubblico che, in larga parte, non sarà competente, ma è il loro pubblico ovvero quello che dà loro da mangiare, anche se attraverso i fondi pubblici. Senza contare l'atteggiamento di quanti gestiscono ancora queste istituzioni culturali in maniera autoreferenziale e, spesso, senza nessuna considerazione dei gusti del pubblico attuale o potenziale, al quale andrebbero fatte delle proposte che, pur essendo culturalmente informate, fossero anche accattivanti.



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