La Camera dei Deputati ha recentemente approvato il DDL di riforma della scuola. Le proteste dei lavoratori della scuola non accennano a placarsi perché la maggioranza che sostiene l'Esecutivo Renzi ha scelto, unilateralmente, di proseguire nell'iter di approvazione. Si è venuta a determinare, conseguentemente, una frattura molto profonda tra il Partito Democratico e gran parte del mondo della scuola. Ciò rappresenta un elemento di novità nello scenario politico italiano poiché, com'è ampiamente noto, la sinistra ha avuto da sempre un forte ascendente sulla categoria dei docenti. 

Il problema è che questa riforma è stata calata dall'alto.

Molti non ne condividono la filosofia di fondo ed intravedono in essa dei gravi rischi per la qualità stessa dell'istruzione.

Si è scelto di introdurre la chiamata diretta dei docenti da parte dei Presidi. Finora le graduatorie avevano garantito equilibrio ed imparzialità, ma il meccanismo voluto da Renzi potrebbe aprire la strada al dilagare della raccomandazione e del nepotismo.

Si provvede all'assunzione i docenti delle Graduatorie ad Esaurimento (grazie ad una sentenza europea), ma si dimenticano completamente i precari delle Graduatorie di Istituto. Nello specifico, il DDL non prevede alcuna forma di tutela né per i precari abilitati (2° fascia) né per quelli non abilitati (3° fascia) che però, magari, hanno lavorato per anni nella scuola ed ora vengono messi alla porta.

Assurdo, poi, è tenere fuori dalle assunzioni gli abilitati TFA, formati dallo Stato dopo una dura selezione ed oggi completamente accantonati. Dov'è, allora, la qualità?

In più si prevede che i docenti possano insegnare anche materie per le quali non hanno conseguito l'abilitazione. Questa scelta avrà delle ricadute negative pesantissime sulla stessa qualità della scuola, oltre che drammatiche conseguenze sul piano occupazionale. 

La verità è che non si vuole affrontare il tema vero, cioè quello delle risorse.

L'Italia è un Paese che investe troppo poco in istruzione. I docenti italiani sono sottopagati e costretti a lavorare in un contesto sociale che sminuisce, sempre più, il loro compito. Prova ne è il fatto che il loro contratto di lavoro non viene ormai rinnovato da diversi anni. Anche la ricerca scientifica e le infrastrutture scolastiche ed universitarie avrebbero bisogno di tutt'altra considerazione.

Non affrontare con coraggio queste sfide significa non porre alcun rimedio concreto a quella "fuga dei cervelli" di cui si parla da troppo tempo. 

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