Mesi fa su, Il Fatto Quotidiano del lunedì, è apparso un servizio dedicato ai capannoni sfitti alla periferia di Roma, “riqualificati” a sale gioco. Questo servizio mi è tornato in mente stamattina leggendo, sul numero odierno de Il Giornale, un articolo che mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta. Una volta i pensionati o i giovani andavano in gita con sindacati, parrocchia, biblioteca e altre istituzioni civili o religiose. Ora, invece, è nata una nuova categoria.

I pendolari del tavolo verde

Chi sono i pendolari del casinò, o del tavolo verde come li ho chiamati sopra? L’arco d’età e il sesso sono i più variegati possibili. Si va dai pensionati, agli anziani che giocano perché “il gioco non mi fa pensare alla morte”, ai giovani disoccupati o individui che hanno perso il proprio lavoro e frequentano i casinò di Saint Vincent e Campione d’Italia, i più gettonati, nella vana speranza di tirar su qualche soldo extra, oppure con l'obiettivo di diventare, un giorno, un professionista del gioco d’azzardo.

Ultimamente vi sono quattro pullman che, giornalmente, fanno la spola tra varie zone di Milano e l’enclave italiana in terra svizzera, trasportando quelli che a me, leggendo il reportage, è venuto da ribattezzare “i disperati del gioco d’azzardo”.

Altro che “Giocare troppo può creare dipendenza” e altri annunci simili. Dall'articolo emerge un quadro piuttosto emblematico di gente che questo tipo di avvertenze non le prende minimamente in considerazione.

Gente che al gioco ha perso e perso forte. Persone che prima gestivano bar, aziende e altre attività e che ora sono ridotti, quando va bene, a fare i camerieri, in quanto l’attività se la sono letteralmente giocata per poter ripianare i debiti. Ci sono persone che si giocano l’indennità di disoccupazione, la pensione e le “mance” che passano loro i genitori. È vero! La crisi economica che ha tormentato e che in parte tormenta tuttora l’Italia, ha aiutato questa situazione, ma in certi casi si tratta di "cattive abitudini" precedenti rispetto al periodo nero della nostra economia.

C’è gioco e gioco

Un ultimo particolare degno di nota, in questo senso, è che alcuni di questi pendolari del gioco vanno a giocare e a perdere al Casinò di Campione, a cadenza variabile, ma se sentono parlare delle slot machine dei bar, le “infernali macchinette” che hanno causato una certa crisi delle sale da gioco, le liquidano con uno “squallide” che non lascia spazio a repliche. In ultimo, tra questi turisti delle sale gioco vi sono poi le persone che parlano di questo loro “passatempo” come di un hobby come un altro, dicendo che è “come andare a teatro”, solo molto più costoso e con maggior rischio di indebitarsi.

Oriana Fallaci, in un suo libro dedicato alla Mecca del cinema americano, ha parlato di una coppia di coniugi statunitensi che si era indebitata fortemente per poter frequentare i locali più alla moda dell’epoca, allo scopo di potersi trovare spalla a spalla con i propri divi prediletti, ma quel tipo di “turismo Vip” non era nulla in confronto a questo.

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