Dopo una vigilia incerta, culminata nel tragico assassinio di Jo Cox, la Commissione elettorale ha finalmente certificato la vittoria del "Leave" con oltre il 51% dei voti.

Conosco bene il Regno Unito e devo ammettere di non essere particolarmente sorpreso dal risultato. Recentemente mi trovavo a Birmingham per partecipare a un evento di lavoro: le poche decine di pareri che ho raccolto in via del tutto informale erano indiscutibilmente a favore della BrexitDalle prime analisi si evidenzia la forte polarizzazione verso il "sì" o il "no", a seconda delle aree. Per esempio in Scozia hanno prevalso i "Remain" (permanenza nell'UE), così come nell'area metropolitana londinese.

Un po' di storia

Ma cos'è che disturba tanto i nostri amici inglesi in merito all'Unione Europea? Se pensiamo che già subito dopo il secondo conflitto mondiale fu lo stesso Churchill a esortare la creazione degli Stati Uniti d'Europa, e che nel 1975 il Premier laburista Harold Wilson indisse un referendum per la permanenza nella Comunità Economica Europea (col 67% degli elettori che si espresse a favore), qualche considerazione merita di essere fatta.

Quarant'anni di distanza sono tanti, e le condizioni erano diverse (così come diversi erano gli elettori). Il rapporto fra Londra e Bruxelles non è mai stato idilliaco. Margaret Thatcher non le mandò a dire quando si trattò di rinegoziare i termini di ridistribuzione dei contributi comunitari, che a suo giudizio penalizzavano il suo paese: col risultato che ottenne la garanzia di un rimborso di due terzi dei versamenti.

Nemmeno durante i negoziati per gli accordi di Schengen i nostri vicini d'oltremanica si mostrarono particolarmente malleabili. Infatti non aderirono alla moneta unica (così come abbandonarono il famigerato serpente monetario europeo già nel '92), nel timore - non del tutto infondato - di una sudditanza alla locomotiva economica tedesca.

Di recente, altri spauracchi hanno contribuito a diffondere il sentimento anti-europeista: l'immigrazione, la crisi del debito sovrano e il timore - nemmeno questo infondato- di una perdita irreversibile della sovranità nazionale a vantaggio, manco a dirlo, di Berlino.

Gli schieramenti politici

Il Primo Ministro David Cameron, che aveva fatto del referendum uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, si è pronunciato contro l'uscita dalla UE; identica posizione assunta da George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere britannico. Il leader dell'opposizione laburista, Jeremy Corbyn, contro l'uscita, si è astenuto dal prendere una posizione fino a poco prima del referendum.

Curiosamente votò contro la permanenza nell'allora Comunità Europea nel 1975.

Boris Johnson, conservatore e probabile candidato Premier alle prossime elezioni, si è sempre schierato contro. Nigel Farage (Ukip) fra i sostenitori della Brexit fin dalla prima ora, non ha mai messo in discussione le sue posizioni.

Quali conseguenze?

Fra i timori principali del Regno Unito vi è sempre stato l'eccesso di burocratizzazione della UE, una minaccia non indifferente per un paese tra i meno vincolati da regole in tutto il mondo. A meno di variazioni e deroghe, un primo effetto potrebbe colpire i cittadini britannici residenti in altri paesi della Comunità, i quali dovrebbero rientrare in patria entro due anni.

Ripercussioni ci saranno anche sul fronte della crisi dei rifugiati, che ricadrà interamente sugli altri Stati membri.

Inoltre Londra dovrà rinegoziare i termini degli accordi di libero scambio con tutti gli altri governi, un processo che potrebbe durare a lungo. L'esempio cavalcato dai promotori della Brexit, vale a dire quello della Norvegia, sembra essere stato fatto in maniera troppo sbrigativa (infatti il paese scandinavo appartiene allo Spazio Economico Europeo, in cui vige l'80% della normativa comunitaria).

Sul piano continentale dobbiamo attenderci conseguenze importanti, sia perché a breve si voterà in Spagna e in diversi Länder tedeschi, sia per il forte impatto emotivo e mediatico.

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