Nel suo libro Tentative d’évasion fiscale la sociologa francese Monique Pinçon-Charlot prende per mano il lettore – come lei stessa afferma in una recente intervista riproposta recentemente su France 24 – in un viaggio virtuale in diversi paradisi fiscali (Svizzera, Lussemburgo e non solo), per comprendere le dinamiche

I numeri dell'evasione fiscale

L’Evasione Fiscale in Francia è stimata tra i 60 e gli 80 miliardi di Euro, un dato molto interessante secondo la sociologa transalpina, perché collima col deficit pubblico dei nostri cugini. Una cifra che sfugge al fisco e che viene sottratta ai servizi pubblici, e finisce inevitabilmente con l’aumento della pressione tributaria su cittadini e imprese, senza contare gli effetti in termini di costo sociale che il fenomeno genera. A livello mondiale si stima che l’evasione ammonti a 35.000 miliardi di dollari, di cui poco più di mille solo in Europa.

L’autrice enfatizza che si tratta di una guerra in atto tra i più ricchi contro il popolo, allo scopo di asservirli, creando un clima di emergenza mirato a persuadere i lavoratori dipendenti che devono accettare diminuzioni salariali, per conservare il posto di lavoro. Ci troviamo di fronte a un’autentica fiction sociale. Non le piace la definizione di militante socialista, come verrebbe facile pensare, al contrario lei stessa sostiene di essere seguita da una larga schiera di epigoni del neo-liberalismo. L’autrice rivendica il ruolo della sociologa che si muove in una società drammaticamente inegualitaria e violenta nei rapporti di classe, di cui ha il dovere di analizzare le dinamiche.

La farsa del segreto bancario

Ma entriamo ora nel vivo dell’inchiesta, parlando della Svizzera, definita uno dei bastioni più importanti dell’evasione fiscale planetaria.

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Va fatta una premessa: l’abbattimento del segreto bancario entrerà in vigore il primo gennaio 2018; un termine generoso che permetterà ai detentori di capitali, di poter tranquillamente studiare tutte le opzioni favorevoli per ridurre i “danni”. Anche in merito agli scambi automatici di informazioni Pinçon-Charlot afferma che essi aumentano l’opacità sui controlli fiscali, in quanto puntano ai depositi nominativi, mentre le sofisticate metodologie di ingegneria fiscale recuperano strumenti come il trust anglosassone, talché le informazioni relative alle persone vengono dissociate da quelle societarie in poche ore.

La stessa autrice ha asserito di essersi recata presso una sede della HSBC, ma di non aver ottenuto alcuna informazione di rilievo, perché i funzionari non si sbottonano con chi non può depositare almeno un milione di Euro. C’è poi un altro particolare interessante che riguarda il concetto stesso di paradiso fiscale: quasi nessuno sa che il primo per “capitalizzazione” è lo stato americano del Delaware, curiosamente ignorato dagli Stati Uniti nella loro crociata.

Discrezionalità ministeriale

Inoltre la Pinçon-Charlot sostiene che lo stesso ministero delle finanze francese sarebbe il primo complice dell’evasione. Esisterebbe una deroga che di fatto impedisce ai funzionari del fisco francese di poter inviare dossier scottanti direttamente alle varie procure della repubblica, obbligandoli a passare prima per il vaglio del ministero stesso. La conseguenza, in soldoni, è che sarà lo stesso ministro a decidere se il malcapitato dovrà passare attraverso le forche caudine della giustizia, oppure potrà beneficiare del ravvedimento bonario.

In conclusione, è errato parlare di “paradisi fiscali”, in quanto si tratta di una classe sociale che trascende i confini nazionali. Essa rifiuta il criterio di redistribuzione del reddito. Non solo: debito e deficit sono sue creazioni, per ottenere o estorcere consenso. L’autrice lancia un appello di speranza, ricordando che è proprio la gente comune a tenere le redini dell’economia reale, mentre le cosiddette élites rappresentano un’esigua minoranza. Una minoranza influente, tuttavia.