Café Society, primo film in digitale della quarantennale carriera registica di Woody Allen, non passerà certo alla storia come un suo capolavoro, eppure, passando in rassegna le sue commedie dell’ultimo periodo, va considerato tra imeno peggio. Sicuramente migliore dell’insulso e confuso To Rome with Love, con lo spaesato Benigni ed una sceneggiatura infarcita di stereotipi sul Bel paese. SicuramenteCafé Society è meglio costruito come canovaccio rispetto a Magic in the Moonlight, che pure contava su un ottimo attore come Colin Firth e su Emma Stone; un cast di tutto rispetto. L’ambiente newyorchese ed hollywoodiano degli anni '30, dove si svolge il film, è più congeniale al regista, che havissuto l'atmosfera di quegli anni per le strade o guardando vecchi film.

Per questo motivo Café Society riesce a fornirci un convincente ritratto della Hollywood di quegli anni eroici, dove le major la facevano da padrone e gli attori erano ancora delle star avvolte in un'aurea mitica: il film vuol rendere un omaggio proprio a quel tipo di Cinema, riprendendo lo stesso titolo di una commedia del ’39.

I pregi e difetti di Café Society

Se la rappresentazione dei party e la ricostruzione degli ambienti e dei costumi anni '30è buona, quello che non convince è la trama abbastanza scontata, poggiata sul solito triangolo amoroso aggiornato (ma neanche tanto) tra la segretaria di turno,lo zio datore di lavoro e ilnipote Bobby Dorfman. Quest'ultimo èun alter ego giovane di Allen, alla ricerca di un lavoro nella Mecca del cinema.

La scelta degli interpreti maschili non è all'altezza, soprattuttoJesse Eisenberg è troppo insignificante per reggere la parte del protagonista, mentre Steve Carell nel ruolo dello zio Phil è troppo manieristico.

Solo Kristen Stewart,nei panni di Veronica "Vonnie", riesce a rendere credibile il suo personaggio: la protagonista, infatti, inizialmente sbiadita e contenta della sua vita banale, ben diversa dal mondo dorato che osserva di straforo,si renderà ben presto contodi voler far parte di quell'ambiente a base di party e cene nei migliori locali.

La protagonista della saga di Twilight ha un viso comune, quindi è credibile nel ruolo, solo che avremmo preferito le fosse dato più spazio dalla sceneggiatura; stranamente, questa volta, Allen non ha saputotratteggiare al meglio i personaggi femminili, abbozzandolisolamente. Preferisce divagare sulle vicende del fratello di Bobby, Ben, che di professione fa il gangster di quartiere, e sulla loro famiglia ebrea.

Le due storie non riescono mai a fondersi del tutto, nonostante la voce off di Allen (doppiato discretamente da Leo Gullotta) che fa da collante.

Le battute più esilaranti del film

Battute e riflessioni come “L’amore non ricambiato uccide in un anno più gente della tubercolosi” o “È un peccato che la religione ebraica non abbia un aldilà, sai quanti più clienti avrebbero?” sono delle zampate da vecchio Allen. Il dialogo delprimo incontro tra zio e nipote-“Grazie zio!”, “Basta con questo zio, non vorrai enfatizzare il nepotismo, Vonnie venga nel mio ufficio che le presento mio nipote” - sarebbe piaciuto a mostri sacri della commedia come Billy Wilder, tuttavia molte situazioni sanno di déjà vu della cinematografia alleniana.

Tuttavia, aparte il finale dall’humour tipicamente yiddish sulla sorte di Ben,con dialogo divertente e surreale tra i suoi genitori, il film plana stancamente sull'aforisma finale “La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”, così scontato eriecheggiato in troppi film e opere teatrali scritte, magari dallo stesso Allen.

C’è il rischio che, in una futura opera omnia sul grande regista, tutti questi film minori diventinodelle banalicitazioni tanto da non venir nemmeno considerati film a sé stanti.

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