E' la nuova frontiera facebookiana: prendersi gioco di chi grida allo scandalo per l'ennesimo esecutivo "non eletto dal popolo". Tra una lezione e uno sfottò, una satira e un insulto, l'inciampo giuridico è stato più volte segnalato. Inutile affannarsi: l'Italia resta una Repubblica parlamentare e il suffraggio universale riguarda esclusivamente i membri delle Camere. Non il Presidente del Consiglio, non il Capo dello Stato. Questione chiusa.

Referendum, l'onda lunga di uno scontro radicale

Dunque, l'idea di un colpo di Stato d'indole garbata, evocata non solo dal Movimento 5 Stelle ma anche da forze di più lunga tradizione parlamentare, non merita troppa considerazione: è più che altro propaganda. Se non proprio una sciocchezza. Più delle accuse, sono interessanti le reazioni.

Qui l'impressione è che il sarcarmo sia una risposta revanscistica dei "referendari delusi" contro i "referendari trionfanti".

Come dire? I fautori del Sì non hanno ancora metabolizzato l'esito del voto. Legittimo. Ma non si può tacere una certa mancanza di classe, paragonabile al giubilo sguaiato di tanti sostenitori del No, incuranti dei rischi che questa (incerta) fase Politica porta con sé. Dovremmo relegare il tifo alla vita da stadio, ma non ci riusciamo.

Governi non eletti, le ragioni del disagio

Eppure a poche settimane dalla consultazione, l'euforia dovrebbe lasciare spazio alla ricerca di una sintesi.

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Politica

Di una ricomposizione necessaria. Invece di schernire, perché non interrogarci sull'origine di un errore tanto comune?

Infatti, se l'insistenza sull'illegittimità dei governi "non eletti" affonda le radici in un insufficiente conoscenza della Costituzione, è altrettanto vero che la sua diffusione testimonia un mutamento della percezione popolare. Ed è questione non di poco conto, sia in termini politici che giuridici.

E' evidente che, per evitare ulteriori spaccature tra la sfera istituzionale e l'elettorato, questa "richiesta" vada in qualche modo assecondata. Lo si dovrebbe tenere presente, in sede di revisione della legge elettorale. E, soprattutto, nell'ipotesi di un futuro aggiornamento costituzionale.

Parlarne può sembrare paradossale col cadavere della riforma renziana ancora caldo. Avremmo potuto accoglierla, anziché bocciarla, si dirà.

Ma il dissidio è solo apparente: quel testo preservava, formalmente, il regime parlamentare, assegnando però al Governo un'egemonia di fatto. Uno sbilanciamento pericoloso.

Verso una soluzione: il presidenzialismo

Servirebbe proprio il contrario: superare dichiaratamente il parlamentarismo, che non trova più un appiglio nei partiti, incapaci di garantire la funzione di mediazione coi cittadini particolarmente richiesta da quella forma di governo.

Procedendo, quindi, verso un presidenzialismo autentico, bilanciato dagli indispensabili contrappesi (che nella precedente riforma mancavano). Purtroppo, se ne riparlerà fra molti anni. Anche per questo, comunque la si veda, è stata un'occasione mancata.

Ma ci interessa davvero? Talvolta, sembra che il nostro modo di guardare alla politica sia lo stesso con cui osserviamo il cielo: alcune stelle sono morte (e non lo sospettiamo), altre sono nate (e non ce ne accorgiamo), ma ci curiamo solo di quel quadro pittoresco. Senza domande. Ma quel quadro, considerato in superficie, non esiste neppure.

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