Nessuna delle intercettazioni effettuate nell'ambito dell'inchiesta sull'ex consigliere del Csm Luca Palamara è stata stralciata. Il gip Lidia Brutti ha dato il via libera alla trascrizione tanto delle intercettazioni telefoniche quanto di quelle ottenute tramite captatore informatico, o trojan. Tutte ritenute non solo penalmente rilevanti, ma anche validamente acquisite al fascicolo d'indagine dalla Procura di Perugia, considerato che - secondo le parole del gip - l'incontro con gli esponenti politici di area Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri da parte di Palamara e dei cinque ex consiglieri del Csm ora sotto procedimento disciplinare "non erano prevedibili" dagli inquirenti nel momento in cui avevano attivato manualmente il trojan.

Oltre al reato di corruzione, entrano nel processo penale anche i fatti dell'Hotel Champagne

Per il pm romano, espulso due giorni fa in via definitiva dal sindacato toghe, si profilano ostacoli processuali di non poco conto. Ora ci sono tutti i presupposti per attrarre in sede penale i fatti per i quali è sottoposto a procedimento davanti alla commissione disciplinare del Csm. Vale a dire le conversazioni intercettate l'8 maggio 2019 all'Hotel Champagne, nelle quali si discuteva di come pilotare la nomina del successore di Giuseppe Pignatone a capo della Procura di Roma. E, a partire da questi fatti, si potrà ricostruire l'opaco iter che ha consentito di sottoporre al plenum del Csm la proposta di delibera votata dalla maggioranza dei consiglieri a favore di Marcello Viola (di Magistratura Indipendente).

Si preannunciano insomma pesanti ripercussioni che aggravano la già fragile posizione dell'ex presidente dell'Anm, rinviato a giudizio dalla Procura di Perugia con l'accusa di corruzione. Inevitabile, infatti, sarà la strategia della procura guidata da Raffaele Cantone diretta a trarre dal contenuto delle intercettazioni ulteriori elementi indiziari (se non di prova) da addebitare a carico di Palamara quanto ai suoi rapporti di collusione o di facile compromesso con la Politica nonché - si può ipotizzare - ad una scarsa integrità morale.

Non a caso, l'ex pm di Calciopoli ha disertato l'udienza stralcio davanti al gip per recarsi in procura di soppiatto, insieme al legale Benedetto Marzocchi Buratti, a rendere interrogatorio - sembrerebbe - su sua stessa richiesta.

La questione Davigo è il fumus della fretta dei giudici

Il caso Palamara si rivela ancora una volta un'inedita fonte di sorprese.

Dopo le chat diventate di dominio pubblico in seguito al sequestro del telefonino del magistrato lo scorso maggio, pare meno insolita di quanto dovrebbe la sequela pressoché lineare di colpi di mano che una magistratura sempre più tesa ad un'opera di "pulizia endo-istituzionale" sta dimostrando di voler infliggere ai responsabili del discredito che l'ha investita oltre un anno fa. E' probabile che ci sia del vero in quanto afferma Paolo Mieli nell'editoriale del Corriere del 20 settembre (intitolato Caso Palamara: quanta fretta al Csm) riguardo alla volontà di precorrere i tempi rispetto alla cosiddetta "questione Davigo". Il dottor Sottile, già pm del pool Mani Pulite, è tra i membri della commissione disciplinare, ma il prossimo 20 ottobre (giorno del suo 70esimo compleanno) maturerebbe i requisiti del pensionamento per raggiunti limiti di età, previsto dalla legge Renzi.

Da qui lo scontro (resta o se ne va?), nel quale a prevalere è proprio chi fra i consiglieri ritiene che a Piercamillo Davigo la Costituzione consenta di restare (l'art. 104 recita infatti che "i membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili").

Dalle chat al movente politico: il riscatto della magistratura deve partire dalla lotta alle correnti

Ma, al di là di questa blanda incognita, l'accelerazione impressa alla vicenda dal maggio 2020 a questa parte - come sempre accade nei processi contra personam in cui solo alcuni dei numerosi fatti contestabili vengono portati alla sbarra - rischia di non dissociarsi dal movente politico per il quale questa dovrebbe tutto sommato essere ricordata.

Non solo e non tanto per l'incidenza mediatica che abbia avuto il ricorso a toni che poco si addicono a un magistrato nei confronti di svariati uomini politici (vedi, ad es., la controversa espressione "bisogna attaccarlo", riferita a Salvini). Ma soprattutto per il fatto che 'politica' è la natura del vero nemico contro cui un processo così simbolico deve essere condotto: il sistema delle correnti, di cui Palamara sarebbe tra i più influenti manager. Un sistema ormai degenerato, che l'argine posto da alcuni punti della riforma del Csm voluta dal ministro Bonafede potrà senza dubbio contribuire a correggere. Ma solo come primo mattone di quello che dovrà essere un grande edificio elevato in nome del principio di autonomia e indipendenza della magistratura.

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